foto alessia 2014Se volgiamo lo sguardo alla storia dell’umanità l’archeologia dimostra che fin dall’origine della specie i defunti sono sempre stati al centro di cure e attenzioni. Abbiamo incontrato l’archeologa Alessia Zielo.

 1 • Cosa ti ha spinta a studiare Archeologia?

L’interesse per il mondo antico nasce in famiglia: mio padre è un editore che ha pubblicato libri di contenuto storico e archeologico; fin da bambina, inoltre, sono venuta a contatto con diverse realtà museali ed ho avuto l’occasione di “respirare l’odore del passato” abitando presso il cantiere di uno scavo archeologico.

 2 • Come studiosa dell’antichità quale valore ha per te, oggi, l’applicazione di tale disciplina?

In passato si era soliti pensare all’archeologia come a una disciplina prevalentemente umanistica, interessata a recuperare i reperti “più esteticamente rappresentativi”. In seguito, si è compreso che era necessario cercare il dialogo con altri ambiti di studio, per trovare nuovi orizzonti nella comprensione dell’avventura dell’uomo attraverso il tempo e far collaborare  archeologi con architetti, informatici, geologi, fisici e chimici. Per esempio nell’ambito dell’archeologia tafonomica (lo studio delle alterazioni subite da un corpo dopo il suo seppellimento), risulta importante avvalersi della medicina legale, dell’antropologia, della paleopatologia. Inoltre per comprendere meglio una sepoltura è determinante l’analisi dei resti umani, il restauro e la conservazione dei materiali osteologici.

3 • Un approccio archeologico corretto che cosa permette di conoscere?

L’approccio archeologico permette di conoscere le modalità di deposizione; i diversi tipi di giacimenti funerari; le sepolture primarie e secondarie; la disposizione delle offerte, degli elementi della parure e dell’abbigliamento. L’antracologia, in particolare, si occupa di analizzare i resti di carbone provenienti dalla combustione del legno usato nei rituali funebri (le pire).

4 • Quanto la tua professione ti sta aiutando ad avere un buon rapporto con il tempo che passa?

Scavare un sito archeologico e analizzare le tracce lasciate da chi ci ha preceduto serve metaforicamente ad indagare dentro sé stessi, a recuperare e a rielaborare il proprio passato, ad imparare ad accettare che la nostra esistenza è “un continuo fieri”. Lo stesso Freud, in Costruzioni nell’analisi paragona il lavoro dello psicoanalista a quello dell’archeologo: per quanto riguarda i «dati marginali, considerati come rivelatori», afferma esplicitamente che, come «l’archeologo ricostruisce i muri dell’edificio dai ruderi che si sono conservati, […] ristabilisce […] i dipinti murali di un tempo dai resti trovati tra le rovine, così procede l’analista quando trae le sue conclusioni dai frammenti di ricordi, dalle associazioni e dalle attive manifestazioni dell’analizzato».

5 • Anche con la morte?

Certamente. La paura per la morte e la curiosità verso l’ignoto, mi hanno indotto ad occuparmi dei rituali funebri del passato, per comprendere meglio la percezione della fine e del limite nei secoli. Ritengo che dovremmo tutti fare nostro il pensiero degli antichi filosofi – tra i quali vorrei ricordare Platone, Epitetto, Marco Aurelio, Seneca, Orazio – per esercitarci ad  accettare la vita con maggiore serenità, preoccupandoci di assaporare il momento presente proprio perché un domani non ci saremo più.

6 • In una prospettiva di Death Education parlaci del progetto “Aldiquà – connessi alla vita”!

Il progetto educativo si rivolge in particolare agli adolescenti e a tutti coloro (educatori, insegnanti, psicologi, operatori sociali) che si interessano alle problematiche relative a tale fascia di età. Il lavoro riguarda principalmente la divulgazione di una pedagogia della Vita intesa come educazione alla consapevolezza della sua importanza e all’accettazione di sé stessi. Si promuove la conoscenza dell’idea della vita (e della morte) nella società umana  attraverso l’archeologia e l’antropologia, la letteratura, la poesia, le arti e il cinema, mediante l’area espressiva e motoria realizzando laboratori creativi, di teatro e danza; tramite l’area psicologica come supporto per affrontare le tematiche sulla percezione della morte in adolescenza.

7 • Ci incontreremo, a Padova, al Convegno internazionale di settembre “Seeing beyond. Spirituality in facing death: from sick body to salvation”. Quali risultati sta consegnando il Premio Letterario “Vedere oltre”?

Nell’ambito del Congresso internazionale “Vedere oltre. La spiritualità dinanzi al morire: dal corpo malato alla salvezza” è stato organizzato un Premio letterario e fotografico che si propone la diffusione di una cultura visuale e letteraria, attraverso la valorizzazione di testi e portfolio fotografici che più di altri li interpreteranno in maniera aderente. La giuria dei due premi vanta personalità di rilievo nel mondo accademico e più culturale in genere, da quello giornalistico a quello fotografico e letterario. Saranno presenti nomi noti quali il filosofo Emanuele Severino, il musicista Franco Battiato e il giornalista del Corriere della Sera Armando Torno. L’evento ha finora ottenuto ottimi risultati: sono pervenuti oltre 160 manoscritti, tra libri, racconti, poesie e una buona adesione di concorrenti nell’ambito fotografico.

8 • Qual è il periodo storico che ti affascina maggiormente?

Premesso che non mi risulta facile rispondere a questa domanda, avendo a cuore lo studio di ogni cultura che abbia dato un contributo alla “nostra storia” e identità, ho sempre avuto un interesse particolare per le origini dell’uomo e per le facies culturali preistoriche. Non a caso la mia tesi di laurea (e le mie successive ricerche) si è occupata dello studio dei reperti del Paleolitico inferiore, ovvero di strumenti litici che documentano l’evoluzione tecnologica di popolazioni tutt’altro che primitive.

9 • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Numerosi e relativi all’ambito didattico, museale ed editoriale. In particolare, mi piacerebbe pubblicare un testo che raccolga testimonianze e studi relativi ai riti funebri del passato, dal punto di vista archeologico, teatrale, letterario, etnografico. Vorrei trasmettere queste conoscenze anche in ambito scolastico e formativo attraverso il progetto Aldiquà che stiamo iniziando a sperimentare.

 

 

 

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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