Durante la mia esperienza professionale presso le Scuole Primarie ho avuto modo di confrontarmi con le idee che i  bambini hanno degli argomenti più diversi.

Quando venne affrontata la domanda su “Cos’è la musica?”  mi stupii della risposta, semplice ma nello stesso tempo dettagliata e completa che ne uscì: “Sono le note musicali che vanno dentro al tuo cervello e poi vengono fuori”. E le emozioni? Altra risposta ineccepibile se si pensa che il bambino in questione ha 8 anni: “Sono come le stagioni… solo che sono nel cuore”.

In effetti sono proprio le suggestioni che aiutano a comprendere come la musica ed il suono siano qualcosa di necessario all’essere umano per esprimere se stesso attraverso le emozioni.

Per chi la compone, la musica può divenire lo strumento per raccontare una storia oppure un modo per ricordare l’emozione che si prova nell’ascoltarla o danzarla, come un riflesso in uno specchio della propria interiorità.

Così anche nel rito del commiato la musica diviene un elemento che narra una storia, incornicia un vissuto, aiuta a superare il dolore, veicola le emozioni da condividere nell’ultimo saluto al defunto.

Anticamente la ritualità funebre aveva propri linguaggi di espressione e la musica prodotta dal lamento funebre è una sorta di “architettura sonora”, un ordine progressivo condotto attraverso gli estremi. La letteratura relativa al lamento funebre antico è frammentaria e solo attraverso le fonti specialistiche della materia – con particolare riferimento alle opere di Ernesto De Martino e Alfonso di Nola – è possibile ricostruire il rito funerario della lamentazione.

La lamentazione nel momento rituale del lutto è presente costantemente nelle consuetudini delle civiltà antiche, anche con lo scopo non meno importante di convincere il defunto a non ritornare tra i vivi.

In particolare le antiche nenie greche, ancora utilizzate in alcuni luoghi dell’Italia meridionale, erano caratterizzate da un preorganizzato ordine di lamentazione, in cui il planctus collettivo veniva introdotto dalla “guida del pianto” ovvero una persona il cui ruolo, proposto a turno inizialmente tra i parenti e poi dalle lamentatrici che via via si inserivano, era quello di ricordare il defunto. Le lamentatrici entravano nella casa del defunto e iniziavano a gridare disperatamente, per poi iniziare lunghe cantiche, in cui costante era il richiamo ad antiche figure mitologiche greche, quali Caronte e Tanato.

Nell’Iliade, Omero affida al personaggio di Elena il ruolo di  guida del pianto e della lamentazione. A lei, quale solista del rito, risponde una sorta di eco del coro, venendosi a configurare una precisa struttura del teatro greco, ancora oggi individuabile nella più recente tradizione musicale popolar-religiosa, denominata del Call & Response.

Nell’antica Roma, non si conosce precisamente come venisse eseguita l’originaria nenia funebre, ma un commento di Festo ci informa che le prefiche “erano donne che, portate vicino al morto, si lamentavano in un modo piangente”, mentre “la folla disposta a cerchio intorno alla pira funebre rispondeva al lamento della prefica, definita “il principe del pianto”.

Nella descrizione di un’analoga vicenda, il testo dell’Antico Testamento riporta i ritornelli emotivi della prefica (…“Ahi! Ahi! Oh! Oh! Fratello! Signore Ahi! Ahi!”), la cui funzione, con l’intercalare del ritmo responsoriale da parte dei partecipanti, ha il ruolo fondamentale di dare ordine al caos originato dalla crisi del lutto.

Così pure nel lamento funebre egiziano, dove il passaggio dal disordine iniziale del planctus all’ordine della lamentazione sembra ispirarsi al fondamentale espediente tecnico della ripetizione di ritornelli stereotipi – Non mi lasciare! Torna a casa! - mentre i suoni ed i ritornelli emotivi si fondevano con mimiche e gesti, che coinvolgevano tutto il corpo.

Gli Statuti aquilani del XIV secolo, pubblicati dal Clementi nel 1977, danno indicazioni dettagliate sulle antiche modalità di espressione del pianto per il lutto in Abruzzo: molto diffuso era il ricorso alle lamentatrici, tanto più numerose quanto più era importante il defunto.

Il Clementi ricorda che, nella Cronaca Aquilana di Buccio, è descritto come alla morte del militare Niccolò dell’Isola avvenuta nel 1284 parteciparono mille prefiche.

Così in Lucania l’uso di lamentare il defunto è tipico e diverso in ogni borgata. Non sono le amiche e le comari che accorrono al lutto e si associano ai lamenti assumendone la guida, ma donne che colgono l’occasione per rinnovare il lamento per un proprio lutto. Sono soprattutto madri che hanno perduto un figlio giovane, in guerra e, in particolare, le vedove. Costoro divengono una sorta di “lamentatrici per vocazione” che accorrono volentieri a tutti i funerali quasi che il lamentare  per loro fosse un bisogno  e come se il lutto altrui divenisse un’opportunità di poter riprendere il loro, momentaneamente interrotto, e la cui conclusione  è introdotta da una particolare lamentazione: “ Non ho più nulla da dirti, non ho più nulla da farti, stai bene, e vienimi in sogno a dirmi se sei contento di tutto quello che ti abbiamo fatto”.

In Lombardia, nel cremonese e nel mantovano, le inchieste napoleoniche fanno riferimento alle reazioni conseguenti ai clamori pubblici delle donne e delle loro insopportabili manifestazioni, mentre la presenza del lamento delle prefiche (chiamate pìansune o piansote) è dimostrata sino al periodo intercorrente tra le due guerre mondiali.

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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