La persona che ha una cosiddetta «depressione psicotica»

e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette «per sfiducia»

o per qualche altra convinzione astratta

che il dare e l’avere della vita non sono in pari.

E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente.

La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà

proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme.

Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme.

Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io

se ci trovassimo davanti alla stessa finestra per dare un’occhiata al paesaggio;

cioè la paura di cadere rimane una costante.

Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco:

quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori.

Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme.

David Foster Wallace

(21 febbraio 1962 – 12 settembre 2008)

L’immagine in evidenza è di Anka Zhuravleva

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

Leave a Reply

*

captcha *