In occasione di una cerimonia di commiato, quante volte ci siamo interrogati sul significato dei riti e dei simboli? Ci siamo chiesti probabilmente se sono i riti a non essere comunicativi o se invece sono gli officianti ad aver perduto quella dimensione interiore in grado di renderli tali.

Uno degli aspetti del rito che dovrebbe essere particolarmente curato è quello corrispondente al linguaggio, da adeguare al lato umano e rappresentato – nell’esperienza culturale di ogni popolo e indiscutibilmente in ogni assemblea – dalle emozioni. Attraverso l’aspetto celebrativo l’emozione unisce le persone più che la conoscenza, soprattutto nel momento in cui la sincerità della commozione non trova barriere o limiti. Se la comunicazione non può esistere senza la mediazione del linguaggio, così la distinzione in quattro livelli della comunicazione umana sottintende una pluralità di linguaggi, con conseguenti implicazioni nel linguaggio rituale.

Interpersonale è la comunicazione che avviene da parte di “una persona con l’altra”, in una relazione necessariamente a due. In questo ambito l’esperienza della comunicazione diviene più chiara nella misura in cui la relazione attraversa i sensi, rendendo più esigente il linguaggio, in primo luogo perché proviene dall’intimo della persona e secondariamente perché cerca di raggiungere l’altro (questo momento presuppone un terzo aspetto: un linguaggio in cui al codice di chi invia il messaggio deve corrispondere l’interpretazione di colui che lo riceve).

Intrapersonale è la comunicazione di ciascuno con se stesso. Ognuno di noi entra in relazione con il proprio intimo dove si trova lo spazio più profondo per riflettere, per vivere il silenzio o per conversare ad alta voce.

Di gruppo è la comunicazione tra più individui che si inter-relazionano. L’esperienza di “nascondersi”, di tacere per saper ascoltare, cercando quello che è comune e sapendo di accogliere la personalità del gruppo, va a vantaggio del gruppo stesso.

Di massa è la comunicazione in cui le relazioni interpersonali e di gruppo si vanificano, per cui occorre un linguaggio specifico, con riferimenti che possano essere compresi e giungere al cuore di tutti.

La comunicazione umana passa attraverso la mediazione dei simboli. Il simbolo permette alla persona presente di ricongiungersi con il mistero, in modo positivo e in una dimensione sensoriale, perché offre una via per trovare il significato, veicolando all’interno di una maggiore comprensione. Ignorare il linguaggio dei simboli, disconoscerne l’efficacia, conduce l’assemblea a restare, anche se presente, lontana dalla celebrazione.

La cerimonia, infatti, dovrebbe costituire un richiamo ed il senso dei gesti, della postura e delle parole del celebrante dovrebbe corrispondere allo scopo che si intende raggiungere attraverso la “personalizzazione” della cerimonia.

Il compito di scegliere i simboli e di proporli durante il rito del commiato sono una sfida al linguaggio umano e permettono di dare forma all’azione rituale, attraverso la quale i dolenti percepiscono la cerimonia come una occasione in più per poter passare ancora qualche tempo con il proprio caro, le cui spoglie verranno celate per sempre alla loro vista: è questo il momento più delicato, quello in cui si comincia a percepire il distacco, l’assenza, la mancanza perpetua.

 

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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