Lili Refrain è una compositrice, musicista e performer attiva dal 2007 con un progetto solista costituito da chitarra elettrica, voce e loop in tempo reale. Ha pubblicato tre album che hanno riscosso eccellenti critiche nazionali ed internazionali sarà ospite dell’ottava edizione de Il Rumore del Lutto, Infinito, domenica due novembre 2014 alle ore 21 presso l’ala nord della Galleria Nazionale (Palazzo della Pilotta, ingresso gratuito fino ad esaurimento posti) di Parma.

L’abbiamo incontrata.

Chi è Lili Refrain?

Lili Refrain è la parte di me che si serve della musica per accedere a mondi interiori e comunicare con essi, è un’occasione di dialogo con le mie personalissime ombre. Dal 2007 diventa il progetto solista in cui indago le possibilità emotive della sovrapposizione sonora, lavorando sulla stratificazione verticale di chitarre elettriche e voci in tempo reale.

Lili, da dove nasce il tuo percorso artistico?

Ascolto musica fin dallo stadio intrauterino, ne sono sempre stata circondata fin dalla nascita ed è stato inevitabile crescervi insieme fino al punto di aver la necessità di suonare. Ho iniziato da autodidatta con la chitarra e mi hanno sicuramente influenzata gli ascolti legati alla psichedelia, al blues, al metal e ai vari virtuosismi legati a questo strumento.

L’utilizzo che fai della tua voce oltre a sorprendere, incuriosisce. 

L’ho sempre usata più a livello evocativo che non semantico; la scelta di non usare parole bensì un linguaggio inventato accessibile a chiunque deriva da questo.

Influenze?

La musica sinfonica, il teatro sperimentale e la gestualità legata al canto rituale. Nel mio percorso da solista ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale, il minimalismo e la ridondanza legata alla reiterazione sonora, che uso come un mantra mescolando tutti questi generi tra loro.

La manifestazione Il Rumore del Lutto raccoglie molti artisti interessanti e attratti dalle tematiche relative alla morte come parte della vita. Perché hai deciso di aderire alla rassegna di Parma?

Conosco questa rassegna da molto tempo e ne sono profondamente affascinata soprattutto per la sua trasversalità. Trovo che avere un luogo e uno spazio dove poter riflettere e confrontarsi a trecentosessanta gradi su una tematica come la morte sia molto costruttivo, soprattutto in quest’epoca così tanto ambigua in cui da un lato se ne fa un violento abuso estetico – dai telegiornali alle trasmissioni di cronaca nera in cui la morte sembra quasi un evento sensazionalistico – e dall’altro c’è un forte tabù che coglie il singolo  nelle sue più profonde paure etiche e sentimentali, dal dubbio di cosa sia giusto o sbagliato fare (parlando ad esempio di eutanasia) o dal semplice esternare un lutto familiare.

Sarà banale ma la morte  resta un tema ancora scomodo

Un’affermazione che si collega alla società dell’apparenza, dove tutto deve essere vitale e da consumare all’infinito. L’idea di una “scadenza” è qualcosa di adesso bandito: sarebbe un disastro se si prendesse seria coscienza che le risorse che abbiamo sono anch’esse destinate a morire se continuiamo a sfruttarle in modo così sbagliato.

Se affermo:”Pensare alla morte come parte integrante della vita”, sei d’accordo?

Sottoscrivo e aggiungo che il concetto paradossalmente preserva la vita stessa, aiutando ad avere una maggiore consapevolezza del proprio futuro e a migliorarlo. Essere ospite di questa rassegna sarà un grande privilegio per me.

Come è nato il tuo ultimo disco, Kawax?

Ho iniziato a lavorare a Kawax nel 2012, un anno emotivamente molto intenso per me. Avevo da poco perso mio padre e nello stesso periodo mi sono allontanata da persone a me molto care. Completamente da sola per la primissima volta, ho trascorso lunghi momenti di stasi nel tentativo di elaborare ciò che stava capitando.

Kawax è arrivato attraverso un sogno, come sei riuscita ad elaborarlo?

Nel sogno ero bloccata in un labirinto. Persa ogni speranza, mi si para di fronte un minotauro al quale m’immolo paralizzandomi come sacrificio umano, ma invece di divorarmi questa creatura apparentemente minacciosa mi mostra la via d’uscita. Sembra forse una banalità ma quel sogno è stato molto significativo per me e un decisivo motivo di sblocco.

La grafica del progetto ne è la conferma

Ho deciso di dedicargli la copertina del mio album e, grazie a Fernanda Veron che ha interpretato la mia storia, ogni brano ha il suo corrispettivo totemico illustrato magistralmente nell’inserto di cd e vinile. Credo sia superfluo aggiungere che questo lavoro sia stato a tutti gli effetti il mio personale “esorcismo”, un modo di porgere un saluto che non ho potuto offrire personalmente a chi avrei voluto.

Parlaci della tecnica del campionamento che caratterizza il tuo spettacolo.

Per campionare le mie frasi di chitarra e voce utilizzo delle loop station. Si tratta di un effetto a pedale che emula il nastro magnetico e che mi permette di registrare seduta stante quello che sto suonando dal vivo. In questo modo, l’una dopo l’altra, sovrappongo le diverse frasi che danno vita all’intero brano.

Trattasi dunque di un tipo di composizione per strati verticali, è così?

L’effetto ottenuto è una vera e propria orchestrazione in divenire, dove esecutore e ascoltatore sono sullo stesso identico piano percettivo rispetto al brano. Potrebbe considerarsi un mantra sonoro, una piacevolissima forma di ipnosi.

Che valore ha per te l’estetica nella tua figura?

Nella vita di tutti i giorni nessuno, durante i concerti invece avviene una totale trasformazione. Ho un approccio estremamente rituale ai live, li considero come delicate cerimonie in cui si instaurano degli scambi molto intensi e trovo appropriato in questo contesto assumere dei simboli, cambiare d’abito.

La persona e l’artista, due figure connesse ma separate

Più che altro un modo per scindere la vita di tutti i giorni da quel particolare evento, ciò mi permette di concentrarmi molto sulle energie condivise attraverso la musica. In questo dialogo il musicista è un ponte, una momentanea guida o un semplice traduttore, e la sua estetica è imprescindibile.

Progetti per il futuro?

Mi auguro di riuscire a suonare in tutti i luoghi dove non sono ancora stata.

About the Author
Marco Pipitone, fotografo presso il laboratorio fotografico del Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma. Lavora come Dee Jay nei circuiti alternativi italiani: dal Fuori Orario di Reggio Emilia all’Estragon di Bologna. Da diversi anni è giornalista pubblicista e si occupa nello specifico del mondo musicale. Attualmente collabora con Gazzetta di Parma e Il Fatto Quotidiano per il quale cura un blog da lui ideato: “9 canzoni 9 … di Marco Pipitone”.

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