Hector Zazou moriva l’8 settembre del 2008. Vuole essere questo un semplice ricordo, poche parole che non possono e non vogliono esplorare nei dettagli la carriera di chi a tutt’oggi non è stato forse ancora  riconosciuto come uno dei grande artisti del novecento.

Compositore, produttore, avanguardista, la sua ricerca si rivela mediante un percorso trentennale, cominciato ufficialmente nel 1976. Ventitré dischi all’attivo, nonchè numerose collaborazioni con artisti del calibro di Björk, Dead Can Dance, Siouxsie Sioux, David Sylvian fino ad arrivare ai  P.G.R. di Giovanni Lindo Ferretti.

Uno slancio creativo – il suo – in perenne movimento, la cui sperimentazione lo traghetta nei meandri infiniti della musica: dalla New Wave degli albori fino alle composizioni per quartetto d’archi e per strumenti a fiato.

Sahara Blue (1992) disco tributo al poeta Artur Rimbaud, oltre ad essere il suo capolavoro manifesto lo consegna agli occhi del mondo. Anche in questo caso a caratterizzare il lavoro sono composizioni che sfuggono a logiche di mercato ordinarie, nonostante questo rimane a tutt’oggi l’album dell’intera discografia maggiormente conosciuto; tra gli ospiti Gérard Depardieu, David Sylvian, Bill Laswell e Dead Can Dance.

L’esito positivo dell’operazione non condiziona le cifra stilistica del musicista, il quale rimane volutamente ai margini del mainstream. L’estrema versatilità che lo caratterizza lo porta piuttosto ad esplorare i percorsi sinuosi delle avanguardie sondando al contempo tradizioni ancestrali collegabili alla  musica sacra.

Lights In The Dark (1998) è frutto di uno studio legato alle tradizioni celtiche del XII secolo. Intervistato da Roberto Gatti, il cantante afferma: “I materiali di base sono costituiti da antichissimi brani irlandesi riscritti da alcuni musicologi alla fine del secolo scorso o all’inizio del presente. Di questi esistevano già alcune registrazioni realizzate una cinquantina d’anni or sono, seppur in maniera un po’ approssimativa. Io non ho fatto nient’altro che rendere queste registrazioni più “chiare”, più comprensibili all’orecchio dell’ascoltatore contemporaneo”.

I primi anni del duemila vedono il compositore impegnato su più fronti. Oltre a portare avanti progetti da solista, si impegna nella realizzazione di colonne sonore senza trascurare le numerose collaborazioni: Jane Birkin, Laurie Anderson e Lisa Germano. Le signore della canzone internazionale duettano con lui in Strong Currents (2003). Proprio in quel periodo è caratterizzato da una produzione febbrile caratterizzata danumerosi progetti come La Passione di Giovanna d’Arco di Carl-Theodor Dreyer e la colonna sonora originale per il documentario di Robert Flaherty Nanouk of the North.

L’Absence esce nel 2004. Il progetto nasce con il contributo del pittore Bernard Caillaud. L’intento è quello di recuperare le connessioni perdute tra pittura e musica. Il musicista “fa sentire i colori” e il pittore “fa vedere i suoni”. Hector ritrova lo spunto per continuare a sperimentare. In Corps Electriques (2008), insieme alla cantante inglese Katie Jane Garside, guida i percorsi musicali della tromba di Nils Petter Molvaer e delle percussioni di Bill Rieflin in uno strano mondo ai confini della musica elettronica, tra rock e jazz.

Poco prima di morire Hector stava portando a termine In The House Of Mirrors. Il disco, uscito postumo, lambisce i margini della world-music e ridisegna per l’ultima volta le coordinate della carriera di un artista estremamente vitale.
Zazou è scomparso l’8 settembre 2008, dopo una grave malattia.

About the Author
Marco Pipitone, fotografo presso il laboratorio fotografico del Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma. Lavora come Dee Jay nei circuiti alternativi italiani: dal Fuori Orario di Reggio Emilia all’Estragon di Bologna. Da diversi anni è giornalista pubblicista e si occupa nello specifico del mondo musicale. Attualmente collabora con Gazzetta di Parma e Il Fatto Quotidiano per il quale cura un blog da lui ideato: “9 canzoni 9 … di Marco Pipitone”.

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