Le foto degli esseri estinti

mi impressionano

come la luce di una stella.

Roland Barthes

 

Il termine ebraico Jerushalaim significa “casa della pace” e nella concezione biblica della storia, Gerusalemme è riconosciuta come un luogo altamente simbolico, capitale di riferimento e fulcro per il cristianesimo, l’ebraismo e l’islamismo.

Il fatto che le tre grandi religioni monoteiste abbiano assegnato alla stessa capitale tale importanza fa di Gerusalemme una delle città più affascinanti della terra.

A breve distanza l’uno dall’altro si possono osservare cristiani in preghiera nella Basilica del Santo Sepolcro, ebrei in raccoglimento davanti al Muro occidentale e musulmani prostrarsi nella moschea di Al-Aqsa.

A qualche passo dal cuore della città antica, tra gli arcaici siti del Monte Sion, si trova il cimitero latino dei cristiani di Gerusalemme.

Sul declivio della montagna il cimitero si estende come un deserto di pietra nel quale le tombe sono perfetti parallelepipedi di colore chiaro. Qui si trova la tomba di Oskar Schindler, l’industriale austriaco – la cui storia è stata narrata nel film Schindler’s List di Steven Spielberg – che, con il pretesto di impiegare presso la sua fabbrica di oggetti smaltati personale necessario alla sforzo bellico, salvò 1200 ebrei predestinati alle camere a gas.

Una semplice lapide bianca riporta il suo nome e due date, 1908 e 1974, mentre un epitaffio è inciso in tedesco e in ebraico.

Nell’ultima scena di Schindler’s List  viene ricordato il giorno del funerale di Oskar Schindler: gli attori e gli autentici sopravvissuti alle persecuzioni sfilano deponendo, una dopo l’altra, pietre sulla sua tomba, così rappresentando che alcuni aspetti della finzione richiamano le realtà più tremende e drammatiche.

La pietra per la tradizione biblica ebraica e nel significato del termine ha un valore simbolico: “eben” in ebraico significa pietra. Le lettere alef, bet, nun che la compongono, possono a loro volta essere combinate in “alef” e “bet” , risultandone la parola “Av”, vale a dire “Padre”, mentre “bet” e “nun” danno come termine finale “Ben”, cioè “Figlio”. Il vocabolo “eben” è dunque il risultato dell’insieme delle parole “Av” e “Ben”, che significano Padre e Figlio. La pietra come legame e memoria, il ricordo che si trasforma in simbolo attraverso il passaggio ininterrotto “da Padre in Figlio”.

Il 18 luglio 1967 la commissione della Yad Vashem, Ente Nazionale per la memoria con il compito di documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante il periodo della Shoah, ha deciso di riconoscere e conferire ad Oskar Schindler il titolo di “giusto tra le nazioni”, confermandolo il 24 giugno 1993 ed estendendolo alla moglie Emilie.

Del lungo elenco dei 1.117 nomi della copia finale della Schindler’s List fa parte un solo ebreo italiano: l’unico di quel dossier uscito dal più grande archivio a Bad Arolsen sui crimini del Terzo Reich, da poco aperto ai ricercatori. Il suo nome è Schulim Vogelmann, tipografo, deportato da Milano e lì ritornato alla fine della guerra, ora riposa al cimitero di Firenze, vicino alla tomba di Primo Levi.

Sulla lapide, il figlio Daniel ha voluto che fosse impresso, a ricordo perenne, il numero di prigionia che suo padre aveva tatuato sul braccio: 173484.

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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