Susanna Strati è un’artista nata a Sydney da una famiglia di origine italiana, emigrata in Australia da Sant’Agata del Bianco, in Calabria.

Creatrice di interessantissimi oggetti e installazioni, recentemente ha intrapreso un percorso artistico dal titolo “No Lutto: The Performance of Grief through Devotional and Commemorative Objects”, legato all’esplorazione dell’uso di oggetti performativi e transazionali nella morte, ricercando una originale forma commemorativa e memoriale per celebrare le tradizioni perdute. Susanna attualmente sta completando un dottorato di ricerca in filosofia presso l’Università del New South Wales, College of Fine Arts.

L’abbiamo incontrata.

1 • La tua ultima ricerca consiste in una serie di performance e installazioni commemorative; puoi descriverci perché e da cosa è scaturito questo percorso?

La ricerca nasce dal desiderio di creare, attraverso l’applicazione interdisciplinare di arti diverse, una sorta di “archivio dei rituali funerari tradizionali”, che appartenevano alle comunità meridionali del Sud Italia, emigrate a Sydney.

 2 • Cosa esplori nella tua arte?

I miei oggetti e performance esplorano le modalità religiose di vivere il dolore.  Gli oggetti legati a simboli di ispirazione religiosa possono esercitare una mediazione tra il dolore, l’emozione e la memoria, da un lato, e, dall’altro, possono riempire il vuoto affettivo lasciato dal venire meno dei riti comunitari tradizionali.

3 • Come coniughi creatività e identità?

Inizialmente il lavoro è nato dalle tradizioni trasmesse dalla mia famiglia di origine, che appartiene alla prima generazione italiana emigrata in Australia, ma incorpora anche uno studio sulla “espressione del dolore” recepita dalle feste religiose del Sud Italia, come la Pasqua ad esempio. I temi del lamento e del lutto vengono esplorati attraverso l’utilizzo di materiali, che coinvolgono il pubblico e garantiscono l’originalità della mia opera, del mio modo di esprimere il lutto, la perdita.

 4 • Puoi spiegare ai lettori come riempi ciò che descrivi come il “vuoto” lasciato dal declino delle pratiche funerarie tradizionali? Come il tuo lavoro in qualche modo materializza le parti del rituale funerario? 

 Il fine del mio lavoro artistico è quello di riuscire a riempire gli spazi del rituale contemporaneo, privi di contenuto. A Sydney, il lutto non viene vissuto come un tempo in Italia, e cioè come pratica comunitaria: non è più infatti tradizione quella di visitare la famiglia in lutto, per esprimerle il cordoglio.

5 • Nell’opera Wreath#1 per esempio, il tuo lavoro è parte dello spettacolo e ad esso sembra aderire lo svolgersi dell’evento…

Nella performance Wreath#1, lavoro piangendo per ore per la perdita degli antenati, allo stesso modo in cui le cosiddette “lamentatrici” svolgevano  il loro tradizionale lavoro, durante una veglia funebre o una processione religiosa, dove il pianto rituale prolungato per ore od il camminare, per un lungo periodo, costituivano la modalità per esprimere il senso della perdita, coinvolgendo nel dolore gli altri dolenti. Per questo motivo e per materializzare i sentimenti, nelle mie performance adotto il velo e l’abito nero del lutto come elemento dell’opera, necessari per rendere definito e concreto lo spazio rituale e far interagire gli oggetti funebri che creo.

 6 • E i gesti?

Nella performance, i movimenti, insieme all’utilizzo di materiali e sostanze diverse, vengono effettuati ed associati ad espressioni e preghiere, per condividere l’esperienza con il pubblico e per ricordare i defunti che intendo commemorare.

7 • Sembra che la condivisione del senso di perdita sia importante per il tuo lavoro performativo – ci puoi spiegare perché, e approfondire i processi utilizzati per coinvolgere altri nella tua espressione di dolore?

Per me, ciò che facilita il successo di un evento di arte funeraria è la sua adattabilità alla condivisione ed al coinvolgimento degli altri. Ecco perché  utilizzo gesti ripetitivi in molti dei miei spettacoli per collegarmi al pubblico, così come fosse un modo di disegnare. Proprio come i gesti ripetuti dalle lamentatrici, i gesti materiali che compio per raccontare il dolore sono fondamentali per il coinvolgimento e la partecipazione delle persone all’evento performativo.

 8 • Pensi che il movimento spaziale e i gesti possano influenzare il pubblico?

Nella mia esplorazione del rituale funerario, i gesti usati possono assumere la forma di movimenti del corpo – come ad esempio il piegamento del ginocchio – o divengono parola o suono, un ritmo musicale che mi aiuta ad introdurre una fantasia personale, per attirare nel rituale stesso lo spettatore.

9  • Hai anche trascritto alcuni testi sulle superfici di molti oggetti…

Sì, lo faccio per aiutare a coinvolgere me stessa ed il pubblico nella visualizzazione e comunicazione dell’opera. Gli scritti utilizzati sono acquisiti da testi documentati delle prime ricerche etnografiche del Sud Italia e li trascrivo sulle superfici di molti oggetti che ho ricuperato, come gli album di fotografie della famiglia. Le parole trascritte sugli oggetti non possono essere riconoscibili o leggibili, tuttavia, come le emozioni genuine, rappresentano un tentativo di interconnessione con l’esperienza sensoriale ed emotiva del pubblico. Sono espressione tangibile del mio lavoro e rappresentano la memoria insita negli oggetti stessi.

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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