Guardavo le foglie

che il vento stacca dai rami

e via le trascina nei turbini

della pioggia e le macera e le stritola

fino a mutarle quasi

nel suo sibilo, nel suo grido stesso.

 

Allora m’è venuto il pensiero

della morte che noi pure ci stacca

così dal tronco della terra nero,

quando vecchiaia o fuoco

di febbri han consumato

la nostra foglia umana.

Un soffio appena più forte

il tremulo gambo recide:

e saremo così trascinati

dalla pioggia, mischiati

a nuvole d’ altre foglie.

La morte ci scioglie

nelle grida del vento.

 

Eppure chissà che senso

di felicità originaria

si proverà in quel momento,

quando le nostre corde

strappate dalla morte renderanno

un accento supremo

all’unisono con l’accordo

maggiore dell’universo.

Forse l’estrema gioia

inutilmente inseguita

per tutta la vita,

è quella che ci folgora al momento

di morire, nel grande mutamento.

 

Giorgio Vigolo

(3 dicembre 1894 – 9 gennaio 1983)

 

 

L’immagine in evidenza è di Francis J Cura

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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