La dimensione insondabile di Franco Battiato

 In Marco Pipitone, Musica, Notizie in breve

Della musica di Franco Battiato sappiamo tutto, è inutile scriverne all’indomani della sua morte. Volendo invece condividere una testimonianza sul più grande cantautore italiano di sempre (anche se definirlo tale potrebbe essere limitante), si rivolge lo sguardo entro la dimensione insondabile del misticismo congiunto alla sua figura. È bene ricordare una volta di più che, per comprenderne l’opera pienamente, non è possibile scindere la propensione spirituale che lo definiva dalla lucente proposta artistica; se ignorate ciò, fareste meglio a concentrare gli sforzi verso altri artisti.

Battiato ha iniziato a meditare da autodidatta tra il 1969 e il 1970 dopo una violenta crisi personale: “Non mi riconoscevo in niente, parliamo di una crisi fisiologica, antecedente i miei studi. Un giorno capii che esisteva un mondo spirituale da indagare, cercai di captare i segnali che inevitabilmente mi arrivarono”. Sul finire degli anni ’60, da un punto di vista musicale, tenta la via cantautorale: agli occhi della stampa è un giovane di belle speranze. Tra le diverse iniziative ricordiamo la presenza a Un disco per l’estate ma anche alla Mostra Internazionale di Venezia. Tuttavia, “la crisi”, lo porterà a rifuggire in maniera netta il successo, allontandosi dagli ambienti consolidati della “Milano commerciale” di quel tempo.
YoganandaAurobindo; sono diverse le letture mistiche indiane che ne formano il percorso, arricchito ulteriormente dallo studio della lingua araba, proprio per approcciare all’ortodossia del sufismo. Ma è l’incontro con Henri Thomasson(allievo diretto di Gourdijeff) a fare la differenza; Battiato ne segue gli insegnamenti, ma non dimentica i mistici cristiani occidentali e nemmeno “i Padri del deserto”. Di fatto diventa “spiritualmente onnivoro”.
Da un punto di vista musicale, gli anni intercorsi tra il 1971 e il 1977 lo proiettano entro una dimensione sperimentale inedita per l’Italia: “Cominciai a pensare che doveva esserci per forza una musica adatta alla mia personalità e che corrispondesse al percorso non solo spirituale che avevo cominciato ad esplorare”. Una ricerca che inevitabilmente troverà – ancor prima che nei dischi – le risposte entro concerti privi di sound check, sotto l’egida della pura improvvisazione: “Entravo in una specie di trance che per un’ora mi sbalzava in dimensioni differenti. Quando rientravo nel corpo, facevo fatica a riconoscere il luogo dove mi trovavo”.
Il mistero dell’armonia in musica, scaturisce dalla fusione di precise frequenze; il cosiddetto sviluppo armonico viene applicato nelle composizioni di Battiato mediante “la legge dell’ottava”, la quale ci riconduce a Georges Ivanovič Gurdjieff, letterato e filosofo armeno: “L’Universo consiste di vibrazioni poiché ogni cosa è energia. Queste vibrazioni sono incostanti, mutano alzandosi e abbassandosi. In alcuni momenti la vibrazione rallenta, poi riprende normalmente finché arriva al punto massimo. I punti di rallentamento sono due: il primo quasi all’inizio della vibrazione, il secondo verso la fine”. Forse potrebbe essere una legge applicabile a tutti gli ambiti della vita?
Battiato afferma storicamente di essere nato vegetariano: “[…] sin da piccolo, perlomeno dai racconti di mia madre, rifiutavo gli omogeneizzati di carne e mangiavo quelli di frutta o di verdura, quindi probabilmente ho avuto la fortuna di avere un organismo che rifiuta la carne e credo di essere una prova vivente che si possa vivere senza ed anche bene di salute. Essere vegetariano sarà una scelta obbligata, che prima o poi faranno tutti, anche per mantenere un certo equilibrio in natura”. In “Sarcofagia”, canzone inserita all’interno di Ferro Battuto (2005 Universal) afferma: “Come può la vista sopportare l’uccisione di esseri che vengono sgozzati e fatti a pezzi. Non ripugna il gusto? Berne gli umori e il sangue? Le carni agli spiedi crude, e c’era come un suono di vacche. Non è mostruoso desiderare di cibarsi di un essere che ancora emette suoni? Sopravvivono i riti di sarcofagia e cannibalismo”.

La legge della reincarnazione è un fenomeno difficile da afferrare? Non certo per lui. Nei Vangeli è un argomento trattato in maniera limpida e tutt’altro che sibillina. A tale riguardo dimostra, a più riprese, una precisa sensibilità: “La Chiesa – dice – non accetta di parlarne. Quante volte qualcuno di loro mi ha detto: ‘Sa, sono temi delicati’. ‘In che senso?’ ho risposto. Vede, io credo che dopo quest’esistenza ce ne sia un’altra, e poi un’altra ancora. E mi preparo ogni giorno alla morte come fanno i tibetani, che ogni sera prima di coricarsi girano la ciotola del cibo, vuota, e pensano: “Potrebbe non servirmi più”. In termini musicali ne scrive continuamente ma è in “Testamento” di Apriti Sesamo (ultimo album di inediti uscito nel 2012 per Universal) ad esplicitare in maniera definitiva il suo pensiero.
Secondo un’intervista riportata dalla pagina Facebook “Il Pensiero di Franco Battiato“, Il percorso filosofico e mistico dell’artista continua ad evolversi e nel 2015, tornando a parlare di reincarnazione dice: “[…] La reincarnazione? Non ci credo più, è una sciocchezza da buddisti. La dimensione spirituale ti conduce alla fine del Tutto. Al punto di non ritorno. E io non vedo l’ora!”. Ma “la fine del Tutto”, come lui scrive marcatamente nei suoi testi, non è forse il termine del ciclo di vite? Conoscendo “Il Nostro”, tali affermazioni potrebbero essere l’ennesima boutade per incastrare l’ignaro intervistatore. Ad ogni modo, se quanto riportato fosse confermato, sarebbe destinato certamente a creare grandi quesiti futuri.

La morte, appunto. “Attraversare il bardo” dovrebbe essere un’esperienza imprescindibile della vita e non “un problema” da riporre in un angolo delle nostre esistenze in attesa che ci colga sopraffatti. Riflettere sul fatto che niente termina per sempre riconduce a domande ancestrali: forse l’energia di cui siamo costituiti possiede le caratteristiche spirituali riconducibili all’eternità? “Mi ci sto preparando seriamente – diceva qualche tempo fa – È un passaggio, proprio come la nascita e, se hai imparato a dominare un po’ l’ego, è un transito meno spiacevole di quel che si creda. In “La polvere del branco” (inserita in Apriti Sesamo) scrive: “Pura, inaccessibile, avvolta in una eterna ombra solitaria / oscurità impenetrabile, intensa, impervia, immensa / Ha dato vita agli Dei / Nessun uomo ha mai sollevato il suo velo”.

Il feretro ha lasciato Villa Grazia, la casa di Milo dove risiedeva, dopo il funerale tenutosi in forma strettamente privata: erano presenti gli amici più cari, il fratello Michele, la nipote Grazia, e poi i musicisti più legati a lui, Alice, Carmen Consoli e Luca Madonia. Il rito funebre è stato officiato nella cappella della villa (luogo che il cantante fece costruire in onore della madre) da padre Orazio Barbarino assieme a padre Giudalberto Bormolini (ospite storico della rassegna e prossimamente in cartellone), il quale ha rilasciato alcune dichiarazioni dopo la cerimonia: “È stato un sincero e onesto ricercatore spirituale, un artista che aveva fatto della ricerca del divino uno scopo di vita”, ha affermato il monaco e teologo. “Battiato – ha continuato – era profondamente convinto che la morte rappresentasse una porta per accedere a un mistero spirituale di bellezza e, negli ultimi anni della sua vita, si era molto avvicinato al cristianesimo. Da circa otto anni avevamo un rapporto stretto, intenso, di amicizia e anche di forte scambio spirituale. In particolare – ha aggiunto -, avevamo collaborato per il documentario ‘Attraversando il Bardo’, dedicato al significato della morte nelle culture occidentali e orientali, facendo anche tanti incontri pubblici per presentarlo. Ma è soprattutto l’amicizia privata quella che ha caratterizzato il nostro rapporto”, racconta il monaco.

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