Ogni società è chiamata ad “organizzare” la morte, e l’antropologia ci aiuta a comprendere come nella storia dell’umanità ciascun gruppo si sia sforzato di sottrarre l’evento della morte alla natura per conferirgli un significato, dando senso alla vita stessa.

Le culture non abbandonano i propri morti alla natura, non si rassegnano alle forze disgreganti della decomposizione ed inventano dispositivi culturali in grado di trasformare la materia grezza dei resti in una entità densa di significato.

La cremazione stessa, che rappresenta una delle possibili modalità di trattamento del cadavere, è finalizzata ad “evitare” i processi di putrefazione. Storicamente la cremazione nasce in Italia a metà dell’Ottocento attraverso tre importanti componenti, progresso scientifico, positivismo e laicismo, e si diffonde rapidamente un movimento di opinione che promuove l’incinerazione delle spoglie esaltandone non solo gli aspetti di modernità e di razionalità, ma anche le caratteristiche di rispetto e  compassione verso i defunti. Numerosi gruppi di riformatori liberali e laici si erano mobilitati attraverso scritti, petizioni e incontri pubblici per una diffusione dei valori della cremazione mirata ad una sua legittimazione etica e politica.

Tuttavia un secolo fa si trattava di una “partita” giocata in un’altra Italia e in una diversa temperie culturale. Ai giorni nostri, in Italia e in Europa, la cremazione sta divenendo una sorta di strada obbligata. Lo spazio nei cimiteri risulta sempre più esiguo ed affollato, soprattutto nelle grandi città; le nuove sepolture insidiano le vecchie e ne prendono il posto. La cremazione viene considerata sostanzialmente più ecologica e più economica delle altre forme di sepoltura. Tuttavia la composizione multietnica della nostra società solleva l’esigenza di una nuova ritualità, così che sulle politiche funerarie si accumula un groviglio di nodi che sarebbe riduttivo sciogliere solo negli aspetti normativi quando ne è ormai ovvia la dimensione culturale.

Oggi l’aumento delle cremazioni segnala un incremento complessivo della consapevolezza nei confronti della morte. Per secoli ne abbiamo avuto paura; per lunghissimo tempo abbiamo cercato di pensarci il meno possibile, di esorcizzarla, di rimuoverla dalla nostra vita. Ora qualcosa è cambiato: la morte è un evento che appartiene alla nostra esistenza; è un evento che possiamo gestire. Possiamo scegliere. E la cremazione è innanzitutto una scelta. Di fatto tra coloro che optano per tale pratica esiste tanto una spiritualità religiosa quanto una cultura laica.

Certamente c’è in questa scelta una radice culturale ed è la proclamazione della propria soggettività, anche di fronte alla ineluttabilità della morte, tanto che il processo di cremazione si è via via arricchito, mediante spazi polifunzionali al commiato, di una forte valenza simbolica e rituale.

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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