Una voce fuori dal comune. Un performer irriducibile, nonché un animale da palcoscenico. La figura di Klaus Nomi potrebbe in linea di massima essere sintetizzata così. Eppure, analizzando il percorso – seppur breve – di Klaus Sperber, in arte Klaus Nomi, si scopre un artista a tutto tondo che, grazie alla propria opera, ha saputo restituire nuovi impulsi alla musica e in generale al mondo dell’arte. Il nome d’arte “Nomi” è un anagramma del prefisso latino omni (tutto), allusione alla propria ricerca musicale che riunisce elementi tratti dal pop, dal rock e dall’utilizzo del canto lirico: un collante ideale. La sua voce, derivata dal canto classico, è utilizzata come fosse un “chiavistello” per scardinare le porte della conoscenza. Unico denominatore comune, la “New Wave”.
Oltre alle proprie composizioni Nomi ha interpretato brani pop degli anni Sessanta, come “Can’t Help Falling In Love” di Elvis Presley e “The Twist” di Chubby Checker, e si è cimentato nella rilettura di alcune arie di Henry Purcell (“Death” e “Cold Song”) anche se a colpire restano le sue esibizioni: veri e propri spettacoli, caratterizzati da una coreografia retrò-futuristica ispirata agli anni Venti. Amava presentarsi sul palco con il volto truccato come una maschera Kabuki con le labbra nere: un marchio distintivo che trovava nell’abbigliamento androide e nella pettinatura, in puro stile cubista, il completamento dell’opera.
Avanguardia pura si dirà. In effetti, dopo essersi trasferito a New York nel 1972, Klaus proseguì i propri studi legati al canto lirico. In quegli anni si costruì una solida fama nei circuiti underground della città. A quei tempi il Glam Rock imperversava: artisti come Marc Bolan (“The Show Must Go On”) e David Bowie avevano fatto del trasformismo il punto focale delle proprie carriere. La sua poetica invece rimase distante da quelle tendenze. Nomi aveva saputo teorizzare la propria maschera: non si trattava di un percorso legato alla moda, ma di una trasposizione autentica del suo “Io” che lo aveva portato ad attingere ai propri studi teatrali. Quella maschera era la personificazione della sua doppia personalità.Il primo grosso successo, con relativo contratto discografico, fu legato ad una performance eseguita nello spettacolo “Saturday Night Live” per la rete televisiva NBC. Le cronache raccontano che a invitare Nomi in quella puntata fu David Bowie, headliner della serata. Il Duca Bianco rimase folgorato da Klaus tanto che in seguito avrebbe trovato nell’opera dell’artista bavarese un sicuro punto di riferimento. Klaus Nomi è stato parte fondamentale della scena culturale dell’East Village newyorkese degli anni ’70 e ’80. La stessa che ha visto nascere il “Punk-Rock” e “l’Avant-Garde”, correnti destinate a segnare inesorabilmente il mondo della musica e dell’arte.
Nonostante l’uscita di un primo singolo nel 1980, la sperimentazione alla quale aveva legato la propria opera non aveva fino ad allora portato grandi risultati. Verso la fine del 1982 intraprese una piccola tournée in Europa, con una apparizione anche alla manifestazione musicale “Klassik Rocknacht” di Eberhard Schöner. Di ritorno a New York gli fu diagnosticata la sieropositività all’HIV, malattia all’epoca ancora sconosciuta. Quando morì, l’artista era ben lontano dall’aver raggiunto l’apice della carriera. Il successo, quello vero, lo raggiunse solo dopo la propria morte. Nel 2004 un documentario girato da Andrew Horn, dal titolo The Nomi Song, ha attratto interesse postumo attorno al cantante. Diverse sono state le manifestazioni dedicategli. A cominciare dalla mostra alla New Langton Arts di San Francisco e, in Italia, quella di Res_Pira Lab: “Do You Nomi?” è stata successivamente trasferita alla Strychnin Gallery di Berlino. Il progetto interdisciplinare parmigiano ha inoltre commissionato a diversi musicisti sperimentali europei una colonna sonora ispirata all’artista tedesco.
Klaus Nomi è morto di Aids, a New York, il 6 agosto 1983.

NON TUTTI SANNO CHE:

• Klaus Nomi, per sbarcare il lunario, faceva il pasticcere.
• Nel 2001 il gruppo tedesco dei Rosenstolz, assieme alle pop star Marc Almond dei Soft Cell e Nina Hagen, ha inciso una cover di “Total Eclipse” per un maxi-cd single.
• Morrissey (leader degli Smiths) ha aperto i propri concerti con molte canzoni di Klaus Nomi.
• L’estetica di Nomi ha avuto una forte influenza su diversi creatori di moda femminile, come Boudicca, Givenchy e Paco Rabanne.
• La collezione “Primavera 2009” di Jean Paul Gaultier è stata fortemente influenzata da Nomi. Lo stilista ha utilizzato la canzone “Nomi Song” in passerella.

ALBUM:

• Klaus Nomi, 1981
• Simple Man, 1982
• Ancore, 1983 (postumo)
• In Concert, 1986 (postumo)

About the Author
Marco Pipitone, fotografo presso il laboratorio fotografico del Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma. Lavora come Dee Jay nei circuiti alternativi italiani: dal Fuori Orario di Reggio Emilia all’Estragon di Bologna. Da diversi anni è giornalista pubblicista e si occupa nello specifico del mondo musicale. Attualmente collabora con Gazzetta di Parma e Il Fatto Quotidiano per il quale cura un blog da lui ideato: “9 canzoni 9 … di Marco Pipitone”.

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