scocco-sitoÈ da poco stata celebrata, a diverse latitudini, la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Abbiamo parlato di questo complesso fenomeno con Paolo Scocco, medico psichiatra psicoterapeuta della clinica psichiatrica dell’Università e del Dipartimento di Salute Mentale di Padova.

1 • A cosa ci riferiamo con il termine “prevenzione”?

Genericamente per prevenzione si intende il complesso di misure e disposizioni necessarie per evitare o diminuire il rischio che una malattia o evento si realizzi. Tradizionalmente in suicidologia viene distinta una “prevenzione primaria”, orientata a rafforzare i fattori protettivi del suicidio, “prevenzione secondaria”, che opera sulla “crisi suicidaria” ovvero sulle persone che già presentano manifestazioni suicidarie (ideazione o tentativi di suicidio) e “prevenzione terziaria” dedicata ai survivors, le persone che vivono il dolore per una perdita dovuta ad un suicidio. Nonostante tale distinzione sia comunemente accettata, ritengo che l’intervento con i survivors sia anche e forse prima di tutto una prevenzione del suicidio per le generazioni future.

2 • Colui che si sottrae dal mondo  compie sempre “il gesto scandaloso” per eccellenza. Cosa significa, per i familiari e gli amici, rapportarsi quotidianamente con lo stigma che il suicidio porta con sé?

Se formalmente il suicidio è stato derubricato come crimine da molti decenni, a tutt’oggi in molti casi continua a restare il segreto di famiglia, che intrappola i sopravvissuti nei loro sentimenti di dolore, perdita e rabbia. Lo stigma influenza la risposta comportamentale ed emotiva nel periodo successivo al suicidio e deve essere tenuto in grande considerazione nel supporto ai survivors.

3 • A che punto siamo in Italia?

Ad oggi, in Italia non esistono progetti nazionali che intervengano su tutte e tre le aree di prevenzione del suicidio. Esistono però varie iniziative anche di buon livello che agiscono a livello locale o su una particolare area di prevenzione. Progetto Soproxi occupandosi di prevenzione terziaria ne è un esempio.

 4 •  Progetto Soproxi nasce nel 2006 da una sua idea. Qual era l’obiettivo?

Progetto Soproxi è nato in risposta ad una necessità, ovvero la mancanza in Italia di un’iniziativa dedicata specificatamente ai sopravvissuti, a coloro che vivono il dramma della perdita per suicidio. Mi occupavo da molti anni di suicidologia (lo studio e la ricerca di tematiche legate al suicidio e alla sua prevenzione) ed era evidente che la prevenzione terziaria era l’ambito negletto, a cui non era dedicata la necessaria attenzione. Come se, quando il suicidio si è realizzato e la prevenzione primaria e secondaria hanno fallito, ci si facesse assalire dalla delusione, dallo sconforto, da sentimenti di inutilità nell’andare oltre. Era questa la prospettiva che ritenevo dovesse essere cambiata.

 5 • Cosa rappresenta oggi Soproxi Onlus?

La recente costituzione di Soproxi Onlus rappresenta un ulteriore passo per rendere più partecipata la presenza dei nostri utenti. Tale percorso non ha alterato la nostra mission che era ed è quella di dare informazione, visibilità, possibilità di interconnessione, supporto e cure ai nostri utenti, le persone toccate dal dramma di un suicidio.

6 • Come opera a livello territoriale?

Con progetto Soproxi abbiamo iniziato offrendo un servizio ambulatoriale di consultazione psichiatrica e psicologica con successivo approfondimento attraverso test di valutazione che ci permettevano di costruire con l’utente un percorso di aiuto personalizzato che poteva prevedere un percorso psicoterapico associato o meno ad un supporto farmacologico. Un’altra opzione erano i gruppi di supporto con altri sopravvissuti. Con il portale  www.soproxi.it i servizi si sono articolati e l’offerta ampliata con i gruppi di mutuo-aiuto in chat (ognuno dei quali moderato da un operatore Soproxi), il forum di discussione, le consulenze via skype. Si è resa disponibile un’ampia rassegna informativa con articoli, raccolta bibliografica. Soproxi interviene anche a livello di divulgazione e sensibilizzazione attraverso social network ed iniziative a livello sportivo (es. Soproxi Cup) e culturale. Da quest’anno organizziamo periodicamente weekend residenziali durante i quali si utilizza la Mindfulness.

7 • I dati sul suicidio in età adolescenziale sono davvero allarmanti. Che cosa evidenzia essere adolescenti oggi?

Oggi come ieri l’adolescente vive quella fase di sviluppo che viene descritta come “l’essere catturati” tra l’infanzia e l’età adulta. L’adolescenza è un periodo di rapido e profondo cambiamento asincrono a livello fisico, cognitivo ed emotivo durante il quale il giovane costruisce la sua identità personale e negozia il suo ingresso nel mondo degli adulti. Un periodo in cui crescono capacità, competenze ma anche i problemi. Come non esiste un adolescente tipico, così non possiamo definire un modello di adolescente suicida; ogni ragazzo che si suicida porta con se l’unicità della sua esperienza di disagio e ciò rende difficile l’obiettivo di descrivere principi generali o caratteristiche universali. L’attuale periodo di trasformazione sociale e di crisi economica di certo non facilita il percorso di crescita e ricerca di punti di riferimento stabili.

8 • Perché secondo lei in questo tempo si chiede ai giovani adulti di “armarsi” per riuscire a “sopravvivere”?

È compito dell’adulto “attrezzare” i giovani, siano essi figli, studenti o seguaci, alla vita e alle difficoltà che essa ci pone davanti. Altra cosa è come lo si fa, come li si aiuta ad affrontare la sfida della crescita e dell’autonomizzazione. La spinta nella mischia sempre e comunque può risultare estremamente pericolosa, come lo può essere ciò che si valorizza come elemento “corazzante”. Il raggiungimento di successo, denaro e bellezza che non si accompagna ad un contemporaneo percorso di crescita psicologica, spirituale e relazionale può avere effetti devastanti quando intervengono le inevitabili situazioni di crisi.

9 • Quando accade che gli adulti riescano a parlare di morte con gli adolescenti, sono poi preparati a rispondere alle loro “fantasie di morte”?

Il riuscire a, o meglio permettersi di parlare di morte è un compito arduo anche se un passaggio chiave nella prospettiva della prevenzione del suicidio. Gli adolescenti pur in salute – nel senso medico del termine – vivono una fase di passaggio, di transizione, così turbolenta da farli sentire fragili, a volte fino al limite del crollo. E in risposta a tanto disagio possono insinuarsi pensieri di morte o peggio idee suicide. L’adulto deve cercare la via per superare la propria difficoltà a parlare di questi temi, perchè ciò renderà tali tematiche meno “pericolose”. Ciò non significa che il solo parlare sia la soluzione sufficiente, ma di certo sarà la premessa ad ogni altra iniziativa.

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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