Vi sono riti funebri semplici ed essenziali nei quali, al termine di una breve cerimonia, il defunto viene sepolto; esistono al contrario riti funebri più elaborati, che si prolungano per giorni o per settimane, che coinvolgono collettività di vaste dimensioni e che lasciano segni duraturi.

Di norma nel pensiero ebraico la morte non è considerata una sventura, anche quando giunge prematuramente o attraverso circostanze sfavorevoli: è un naturale processo che, come la vita, ha un significato profondo e che è parte del piano divino. Il congiunto che subisce la perdita di una persona cara, nei confronti della quale è obbligato al lutto, deve eseguire alcune pratiche rituali che non sottolineano il timore del passaggio, né rappresentano un modo per esorcizzarlo.

Nella cultura ebraica il lutto ha concretamente due obiettivi: il rispetto per il defunto (kevod ha-met) e il conforto per il vivente (nihum avelim). Quando la persona muore uno dei presenti dovrà chiudergli gli occhi, porre il corpo sul pavimento e coprirlo con un lenzuolo. Inoltre si dovranno accendere delle candele. Dal momento del decesso il defunto non potrà essere lasciato solo, fino al momento della sepoltura. I familiari e gli amici, che siedono a vegliare il caro estinto, vengono chiamati custodi (šomerim) e, in tale occasione, dovranno digiunare.

Il giorno del funerale si esegue il lavaggio (rehizah), che corrisponde simbolicamente alla avvenuta purificazione (taharah) del corpo dopo l’uscita dell’anima, fondamentale momento accompagnato in ogni gesto dalla preghiera. La tradizione ebraica non prevede l’imbalsamazione o il “ritocco cosmetico”. Tuttavia, completato il rito di purificazione, il corpo viene asciugato e vestito con un semplice indumento di cotone bianco che, anticamente, le donne di alcune comunità cucivano all’uscita dello Shabbat.

Il defunto, posizionato nel feretro e coperto con un lenzuolo, non viene esibito. Oltre a ciò la consuetudine stabilisce che, al di là del semplice abito, anche la bara sia essenziale poiché, almeno nella morte, il ricco e il povero ricevano identica rispettabilità. Il corpo non potrà essere cremato ma dovrà essere seppellito in terra secondo il principio espresso nella Torah: “polvere tu sei e alla polvere ritornerai”.

Dopo la sepoltura inizia il lutto vero e proprio, di dodici mesi, cadenzato in “prima settimana”, “primo mese”, “dodicesimo mese”: secondo il pensiero ebraico questa ripartizione può favorirne l’elaborazione. Presso alcune comunità è prassi posizionare la lapide subito dopo la sepoltura e lasciarla coperta fino alla fine del dodicesimo mese della sepoltura, quando si celebra la scopertura e termina il periodo di lutto.

 

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

Leave a Reply

*

captcha *