Ciò che è essenziale è il fatto che
gli individui siano riuniti,
che si provino sentimenti comuni
e che questi si
esprimano in atti comuni.

Émile Durkheim

Basta uno sguardo, anche superficiale, alla forma che i riti funebri assumono nelle diverse società umane per rilevarne due aspetti apparentemente contraddittori, l’universalità e una straordinaria variabilità. Se oggi molti rituali funebri hanno perso significato e se, al contrario, altri si sono così velocemente imposti, ciò è stato determinato dalla presenza di una comunità.

Un rituale funebre nato negli anni ’80 per commemorare i morti di aids è il “Patchwork dei nomi”, da una idea, poi diffusasi in tutta Europa e nel mondo, della grande comunità omosessuale di San Francisco. L’ideatore Cleve Jones, motivato dall’impressionante numero di persone morte per il virus HIV tra il 1980 e il 1987 in California e dalla preoccupante inerzia governativa rispetto all’epidemia, raggruppò intorno a sé alcuni collaboratori e diede vita alla Fondazione Names Project con il preciso obiettivo di “attingere da ogni esperienza individuale e cucire insieme tutto per creare qualcosa che trasmettesse energia e bellezza”.

La comunità omosessuale, cosciente del fatto che la società rigettava non soltanto i gay, ma anche ogni forma di lutto per la loro morte, si attivò perché questi morti, che per lo più si facevano cremare, lasciassero una traccia, ritenendo indispensabile restituire presenza e identità ad ogni defunto.

Il Patchwork è difatti un rituale la cui particolarità è quella di individuare le forme più adeguate per manifestare la perdita di un componente del gruppo, per commemorarne la morte, per coltivarne la memoria, per accompagnare quanti gli sono stati vicini: proprio come un patchwork è costituito da diversi e svariati “ritagli” di vita, collocati in un ambito pressoché rituale, in memoria della persona. Il punto nodale coincide con la creazione di una coperta in cui le pezze di tessuto, cucite insieme in modo da formare un rettangolo grande quanto una tomba (190 per 90 cm), simboleggiano la persona scomparsa e ne ricordano i momenti della vita trascorsa. Ciascuna coperta riporta il nome e l’età del defunto, e ciò è ancora più significativo per i giovani.

La realizzazione in comune di patchwork (che può durare anche un anno ed oltre), sostituisce le tradizionali veglie funebri, poiché i periodi di tempo passati insieme a scegliere le stoffe, a disegnare i motivi che evocano il defunto e il suo modo di amare la vita divengono momenti in cui si riesce a dissipare il pianto e il rimpianto, dove parlando e ricordando si ravviva la memoria dello scomparso sostenendosi e ricreando legami autentici tra i vivi per meglio affrontare la vita.

Come negli antichi rituali, questi momenti sono spesso seguiti da  riunioni conviviali.

Il patchwork viene srotolato, secondo un cerimoniale che ha un fondamentale ruolo liberatorio, in molte e diverse occasioni, in particolare il 1 dicembre, giornata mondiale per la lotta contro l’aids. Le coperte di Patchwork, cucite insieme per 8 in modo da formare un quadrato, vengono esposte simbolicamente in luoghi pubblici (piazze, aeroporti) con l’intento di far comprendere cos’è l’aids soprattutto ai giovani, insegnando loro come difendersi, evidenziando la gravità della malattia e permettendo la raccolta di fondi.

È il momento della memoria. In una atmosfera permeata da grande silenzio, ognuno pronuncia il nome di una persona scomparsa. Nominare la persona è come farla ritornare in vita e permette “di ripartire”. Gli scomparsi vengono rievocati: essi sono stati, essi sono.

La necessità di assegnare un posto al defunto affinché non perda identità, soprattutto se la sua è una morte esclusa e bandita come quella delle vittime di aids, acquisisce finalità individuale e collettiva. Individuale, perché contrastando l’anonimato degli scomparsi (come è accaduto nel Medioevo quando i morti a causa di epidemie e pestilenze venivano sepolti in fosse comuni, perdendo ogni elemento identificativo), si restituiscono presenza, identità e voce ad ogni defunto: pronunciandone il nome se ne riconosce l’esistenza passata, quella vera, ed egli ritorna presente. Collettiva perché la reintegrazione del gruppo di appartenenza, attraverso l’unione dei pezzi del patchwork, ha lo scopo di rinsaldare i legami tra amici e congiunti.

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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