32_Mausoleo rabiriNell’antica Roma era usanza che il maschio più anziano della casa, il pater familias, venisse chiamato al capezzale del morente con il compito di chiudergli gli occhi, raccoglierne l’ultimo alito vitale. Aveva così inizio la conclamatio, il lamento funebre intonato dai parenti che, a gran voce, invocavano il nome del defunto per dargli l’estremo saluto.
L’appartenenza al ceto differenziava le modalità della sepoltura. Se l’estinto non era abbiente, ma di condizione povera, lo stesso giorno del decesso il cadavere veniva portato alla sepoltura dai vespillones (termine che identificava i trasportatori) e cremato o inumato fuori della Porta Esquilina a spese di associazioni costituite a tale scopo, che provvedevano anche alla costruzione di cimiteri comuni.
Se l’estinto era di origine nobile o patrizia, il rito funebre veniva affidato a professionisti, veri e propri impresari di pompe funebri chiamati libitinarii. Anche se non esiste una descrizione diretta dei riti funebri, si suppone che comprendessero una processione pubblica alla tomba o alla pira funeraria (sulla quale il corpo veniva cremato) durante la quale i partecipanti portavano maschere con le fattezze del defunto. Il corpo del defunto – lavato e cosparso di unguenti e profumi, rivestito con la toga che corrispondeva al ruolo che rappresentava, per esempio magistrato, senatore o cavaliere, e sistemato sul catafalco – veniva esposto per più giorni nell’atrio della casa, tra fiori e corone. Una monetina, l’obolo per Caronte, veniva posta sotto la sua lingua.
Anche il corteo funebre si disponeva in maniera differente a seconda delle condizioni sociali delle famiglie. Quello per persone umili o per bambini si svolgeva di notte, mentre quello per gente aristocratica, del quale un araldo comunicava al pubblico il giorno e l’ora, si svolgeva alla luce del giorno e con particolare solennità. Al termine della processione, quando il corteo giungeva nel Foro, veniva pronunciata la laudatio funebris del defunto. Il feretro, in cui il defunto era adagiato scoperto, veniva trasportato a spalla dai congiunti o dai liberti, in casi particolari da senatori o cavalieri. Mimi, danzatori e suonatori di corno o di tibia aprivano il corteo seguiti dai portatori di fiaccole e dalle préfiche, donne che cantavano lamenti funebri e lodi all’estinto. Parenti e amici seguivano la bara.
Il cadavere veniva inumato o cremato. L’inumazione, per lo più riservata ai poveri e agli schiavi, si diffuse particolarmente con il Cristianesimo; più comune fu la cremazione. Il defunto, collocato sulla pira con le cose che gli erano state care in vita (ornamenti, cibi,…), veniva consegnato al fuoco dopo che gli erano stati aperti e richiusi gli occhi e dato l’estremo bacio.
Nove giorni dopo la sistemazione definitiva della salma aveva luogo una festa (coena novendialis) in occasione della quale sulla tomba venivano versati vino o altre bevande di pregio. Poiché la cremazione era la scelta prevalente, le ceneri, dopo essere state cosparse di vino e di latte e poste nell’unguento e nel miele, erano raccolte in un’urna funeraria circolare, con l’iscrizione del nome del defunto, che veniva deposta in una nicchia ricavata in un sepolcro collettivo chiamato columbarium (colombaia). Durante questi nove giorni la casa era considerata contaminata (funesta) e veniva ornata di rami di cipresso o di tasso perché ne fossero avvertiti i passanti. Alla fine di tale periodo, veniva spazzata e lavata nel tentativo di purificarla dal fantasma del defunto.
Se invece i resti erano destinati ad un cimitero comune, venivano ricoperti di terra nel luogo stesso della avvenuta cremazione. Poiché il mondo dei vivi doveva essere separato da quello dei morti, a Roma la legge delle dodici tavole proibiva di sotterrare i morti all’interno della città. Le necropoli erano situate lungo le vie consolari, ma le tombe dei patrizi, rappresentate da grandiosi monumenti sepolcrali, trovavano collocazione lungo la via Appia.

 

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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