Uno dei territori più antichi della terra non può ignorare i ritratti attraverso i quali, nel tempo, si è riflessa l’Africa: la natura, le rotte dei naviganti, le infinite tonalità del marrone, gli odori, i paesaggi desertici. A sud, incuneata tra il vasto Kalahari e il freddo Atlantico, si trova la Namibia. I primi europei che ne esplorarono il litorale furono i Portoghesi, seguiti più tardi dagli Olandesi e dagli Inglesi. In particolare il primo di cui si ha notizia fu Diego Cão, nel 1486, qualche anno prima che Colombo scoprisse il Nuovo Mondo. Pare che dovunque egli sbarcasse, piantasse delle padrões (croci). Anche quando raggiunse Cape Cross vi piantò una croce, alta circa due metri, in onore di Giovanni II, re del Portogallo, dando il nome al luogo; poi, sulla via del ritorno, Diego morì. Più tardi Bartolomeo Diaz, il primo circumnavigatore del Capo di Buona Speranza, passando da Cape Cross notò quel simbolo e ne dette notizia nei propri diari. Oggi, nel punto in cui Diego Cão in origine piantò la sua croce, se ne trova una seconda, eretta allo scopo di commemorare quel giorno lontano.

Fino agli anni ‘50 Cape Cross era un villaggio popolato da lavoranti della zona, per lo più minatori, pescatori. Vi erano anche un ufficio postale e un certo numero di abitanti. Poi è mutata la situazione economica e il luogo, immerso nel deserto, distante da tutto, si è spopolato.

Di Cape Cross è rimasto il cimitero. Abbandonato nel torrido sole, accarezzato dal suono delle onde, il piccolo camposanto deve il proprio fascino alla sabbia desertica e all’azione erosiva del vento sui sepolcri mescolati alle piccole dune che chiudono i passaggi, alla rada vegetazione e alle ampie conche di sabbia. Sulla spiaggia le croci di legno resistono alla salsedine e al muschio, ma non un nome, solo caratteri sbiaditi, targhe cosparse di ruggine sulle quali a malapena si leggono le date e la tomba di un bambino morto nel 1939. Al tramonto ci si può andare a sedere in riva all’acqua ad osservare le croci che lottano contro il vento costante mentre lentamente si corrodono. Lì si può scorgere la sabbia avanzare e “affondare” i crocifissi, come per confondere le cornici di pietra. E si sente il suono dell’oceano.

Nelle vicinanze, in un’area protetta ma insidiosa, si trova la Skeleton Coast, per lungo tempo cimitero di navi e marinai. Gli antichi navigatori portoghesi la chiamavano “As areais do Inferno” (le sabbie dell’Inferno) poiché le correnti imprevedibili e le nebbie generate dalla fredda corrente del Benguela, che lambisce la costa, a contatto con il caldo del deserto l’hanno resa un incubo. Di fatto un tempo le navi erano costrette a navigare sottocosta, sia per l’orientamento che per la necessità di fare rifornimento di acqua e viveri, e quando arrivavano in questi luoghi la situazione diveniva pericolosa: nebbie, fondali infidi, vento teso e mare grosso. Nel 1949 in quella zona fu trovata una tavoletta, sepolta nella sabbia, con un messaggio datato 1860: “Sto procedendo verso un fiume 60 miglia a Nord, e se qualcuno troverà questo messaggio e mi seguisse, che Dio lo aiuti”. Non sappiamo cosa sia accaduto a questo naufrago, ma possiamo collegare la testimonianza di questo messaggio alla costante oscillazione tra sogni, speranze e verità di cui la realtà della Storia è intrisa.

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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