Il Tabarro, da dieci anni è luogo del vino e del libero incontro nel pieno centro di Parma.

Il noto locale della cittadina emiliana nei giorni 29, 31 ottobre e 1 novembre alle ore 18, presenterà: “Ogni vino è illuminato“.

L’evento, in collaborazione con Pietre Colorate, è inserito all’interno del programma di “Essere”, la nona edizione de Il Rumore del Lutto (29 ottobre – 2 novembre).

Abbiamo incontrato Diego, il suo mentore. Sentite che cosa ci ha detto.

Caro Diego, potremmo cominciare con il fornire qualche specifica sul titolo dell’evento.

“Ogni cosa è Illuminata” è il bellissimo titolo di un altrettanto riuscito romanzo dello scrittore statunitense Jonathan Safran Foer.

Ho voluto prenderlo a prestito perché io credo nel talento particolare di ogni vino che sia fatto nel rispetto di certi determinati canoni di Qualità – una qualità non estrinseca, cioè vidimata dalla fascetta di una DOC o DOCG, da un qualunque tipo di claim pubblicitario o ancor peggio da una votazione lusinghiera da parte di una delle tante sedicenti guide del settore.

Spiegati meglio

Mi riferisco ad una Qualità che oltre ad essere intrinseca (sanità e naturalità dell’ingrediente-uva in primis, interventi chimico-tecnologici ridotti al minimo se non del tutto inesistenti, di conseguenza salubrità del vino stesso) diventi prerogativa etica irrinunciabile da parte di chi il vino lo fa.

Questo talento naturale, condiviso dal luogo-suolo, dalla pianta-vite, dal frutto-uva e dall’interprete-vignaiolo, non si lega forse a un qualcosa di ulteriore, celato nel miracoloso limbo che unisce il terreno al divino?

Vita e vite sono la stessa identica cosa.

La magia, cosa ha a che fare con il vino?

Il vino è, senza tanti raggiri, la trasformazione del mosto d’uva in bevanda alcoolica. Svolta la fermentazione primaria, il dato è questo. Quindi la magia è la stessa magia, che poi è pura consecutio logica, che sottostà ai processi della biochimica, cioè della vita.

Fin qui, nulla di speciale.

Ma c’è dell’altro…

Magico però è il modo in cui certi sapori e sentori si fondono insieme, perché il matrimonio tra individui – nel caso del vino è un gioco a due tra luogo di origine (suolo, clima, esposizione) e vitigno, con il vignaiolo che si fa tramite e realizzando il vino funge da celebrante – è sempre legato a un quid misterioso.

Mi viene in mente a questo proposito l’approccio antroposofico-steineriano all’agricoltura…

Parli della cosiddetta “biodinamica”. Attenzione, non si tratta di “stregoneria”, quanto di una precisa corrente di pensiero che sa inverarsi in pratiche operative, sia agronomiche che comportamentali, atte a rivitalizzare i terreni su cui sorgono i vigneti.

Vita, morte: un processo ineluttabilmente connesso alla memoria di ciò che resta. È possibile sostenere che il vino sia una delle testimonianze dirette di questo processo?

Ritornando al titolo di cui sopra, l’accostamento al concetto spirituale di “illuminazione” è più che evidente, e ho così cominciato a pensare al ciclo annuale della vite, e parallelamente al ciclo esistenziale di un vino (dalla sua “gioventù” alla sua “vecchiaia”), nei termini in cui l’iconologia buddhista rappresenta la vita dell’Uomo.

Siamo “sotto la superficie”, quante cose si potrebbero aggiungere…

Ricordo che un’estate di vent’anni fa, camminando per le vie di Dublino, ero rimasto colpito dalla vetrina del centro di preghiera degli Hare Krishna: si vedevano delle statuine colorate che in progressione anche centimetrica evolvevano da semplice feto a neonato e poi infante, quindi adolescente, giovane, adulto eccetera, fino alla figura quasi grottesca di un vecchio con il bastone e al suo conseguente scheletro scarnificato, al limite del macabro.

Inevitabile pensare che anche la vite sia in grado di sottostare alle leggi cicliche del Cosmo…

Il vino dal canto suo compie un guizzo per così dire geniale, e dilata il cerchio in una curva ellittica che lo conduce dalla freschezza alla pienezza del suo gusto, per poi lasciarlo lentamente dissolversi nell’inevitabile discesa verso la decrepitezza.

Nei casi felici, quel che rimane del vino non è altro che una sorta di reincarnazione nella memoria, nell’emozione.

Giusto per chiudere il cerchio….

È come se il livello di coscienza del vino riuscisse sempre a superare la propria egocentricità.

In questo senso, un vino veramente buono può fregiarsi del titolo di “vino illuminato”.

Esiste una “poetica della cantina”?

Rispondo con due citazioni, inarrivabili entrambe:

1. “Costruitevi una cantina ampia, spaziosa, ben aerata e rallegratela di tante belle bottiglie, queste ritte, quelle coricate, da considerare con occhio amico nelle sere di Primavera, Estate, Autunno e Inverno sogghignando al pensiero di quell’uomo senza canti e senza suoni, senza donne e senza vino, che dovrebbe vivere una decina d’anni più di voi” (Giacomo Bologna, uno dei personaggi più importanti della storia passata del vino italiano).

2. “Lascio agli altri la gloria dei libri che hanno scritto. La mia gloria sono i libri che ho letto” (Jorge Luis Borges, NB: sostituire “libri” con “bottiglie”, “scritto” con “prodotto” e “letto” con “bevuto”…).

Hai definito l’incontro come “Un viaggio segreto nei microcosmi esistenziali del vino”. Che cosa dobbiamo aspettarci?

Aspettatevi innanzitutto di scoprire un vero e proprio mondo parallelo, a stretto contatto con il cuore della città e il rumore della folla, ma come nascosto in una dimensione sospesa.

Ogni osteria, a dire il vero, ogni pertugio dove scorra vino rappresenta di per sé una sfida allo scorrere del Tempo (nei versi di Alda Merini: “A me piacciono gli anfratti bui / delle osterie dormienti … meglio l’ubriacatura del genio, / meglio sì meglio / l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite”).

Per il resto, procederemo seguendo gli oggetti più delle immagini, il silenzio più della parola, la ritualità più di una vera e propria drammaturgia (non siamo gente di teatro, del resto!).

E in conclusione lo spazio per tre vere e proprie “orazioni”, affidate ad altrettanti “cultori della materia” di assoluto spessore, che suggelleranno la performance prima del sacrosanto brindisi di commiato.

In pratica alla fine del viaggio, riusciremo a percepire il reale significato del vino?

Sarebbe impossibile, il vino è una materia troppo inafferrabile e cangiante… dopo questo brevissimo “viaggio” i più curiosi e i più sensibili spero avranno il desiderio di approfondire e andare oltre – il che è come dire: mi auguro che aumenti la loro sete.

Per me sarebbe sufficiente che tutti i consumatori distratti di vino la smettessero di ricordare perfettamente titolo e contenuto del libro che appoggiano sul comodino prima di addormentarsi ma non il vino (nome, zona, produttore, annata) che hanno bevuto tre ore prima a cena.

Quale vino vorresti dedicare alla Rassegna?

Senza alcuna esitazione, quello di chi non c’è più, ma vive ancora: le ultime bottiglie di un Signore che io stimavo molto attraverso il suo vino e che è mancato proprio un anno fa, Antoine Gaita, vignaiolo irpino di una classe davvero superiore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

About the Author
Marco Pipitone, fotografo presso il laboratorio fotografico del Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma. Lavora come Dee Jay nei circuiti alternativi italiani: dal Fuori Orario di Reggio Emilia all’Estragon di Bologna. Da diversi anni è giornalista pubblicista e si occupa nello specifico del mondo musicale. Attualmente collabora con Gazzetta di Parma e Il Fatto Quotidiano per il quale cura un blog da lui ideato: “9 canzoni 9 … di Marco Pipitone”.

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