VenturiniStefania Venturini è psicologa libero professionista e consulente tanatologa. Negli anni la sua formazione si è svolta su due ambiti che, all’apparenza, possono sembrare contrapposti anche se nella realtà sono inevitabilmente intrecciati: la nascita e la morte. Negli ultimi anni si è dedicata prevalentemente  all’accompagnamento alla morte ed elaborazione della perdita con persone affette da malattia polmonare cronica e da malattie genetiche, sostenendo i loro familiari in lutto. Si occupa inoltre di supporto ed accompagnamento agli anziani ospiti della Casa di Riposo in Cles e della elaborazione del lutto con i congiunti.

1 • Le persone che stanno affrontando la malattia in fase evolutiva si confrontano molto spesso con il dolore che, anche se alleviato, può prolungarsi nel timore di soffrire. Come ti prendi cura dei pazienti che incontri?

 Quando incontro una persona per prima cosa cerco di stabilire un contatto profondo con lei attraverso il silenzio dell’ascolto, non tanto e non solo ascolto di parole ma, soprattutto, ascolto del corpo. Segni corporei talvolta impercettibili possono raccontare molto più di mille parole. Per poter essere d’aiuto agli altri bisogna saper ascoltare senza giudizio. Non esiste ad esempio IL dolore (oggettivo) ma esistono I dolori (soggettivi).

 2 • Un esempio?

 Facciamo l’esempio del cancro: due persone con la medesima diagnosi presentano decorsi diversi della malattia non tanto e non solo perché da un punto di vista fisico sono diverse, ma perché diverso è il loro modo di affrontare e vivere la malattia. La storia psicologica della nostra vita, che scriviamo giorno per giorno, di fronte alla malattia non rimane mai testimone passivo della trama che si scrive nel corpo.  Esiste il dolore fisico, talvolta gravissimo, ma esiste soprattutto il dolore “psicologico”, molto più potente nella sua opera devastante. Noi dobbiamo saper ascoltare entrambi i dolori non dimenticando mai che il dolore fisico può essere lenito solo accogliendo il dolore psicologico.

 3 • L’amore per gli animali ti ha portato, negli ultimi anni, ad occuparti del lutto per gli animali domestici…

Per me gli animali in realtà sono Anima-li perché come scrive Victor Hugo  “Guarda negli occhi un cane e prova ad affermare che non ha un’anima”. Sono convinta che questa frase, con la sua grande verità, sia applicabile a tutti gli Anima-li, domestici o meno. Da che ho memoria ricordo che in casa mia c’è sempre stato un cane, talvolta anche un gatto. Oggi la mia famiglia è composta dal mio compagno, da Pedro, Harley e Remy, tre cani ciascuno dei quali con una propria storia particolare alle spalle. L’essere vissuta sempre così a stretto contatto con gli Anima-li mi ha portato, inevitabilmente, a vivere il dolore del lutto per la loro morte.

4 • Quando l’animale vive con te a stretto contatto è a tutti gli effetti un componente della famiglia e la sua morte, talvolta la sua malattia segnano tappe dolorose dell’esistenza.

Il vincolo di attaccamento che unisce l’uomo e l’Anima-le domestico è molto profondo e, a tutti gli effetti, rappresenta un vero e proprio legame d’amore caratterizzato da biunivocità e reciprocità nello scambio affettivo. E’ ormai ampiamente dimostrato infatti che gli Anima-li sono dotati di un cervello “emotivo” simile al nostro che gli consente di attivare risposte cognitive ed emotive molto complesse.  Proprio in virtù di questa relazione d’amore e del legame di attaccamento la psicologia sta riconoscendo che il dolore vissuto dai proprietari di Anima-li domestici dopo la loro morte è lo stesso che viene provato dopo la morte di una persona cara.

5 •  Da cosa dipende la durata del lutto per la perdita del proprio animale domestico? Si può sentire il bisogno di svolgere un piccolo rituale di commiato?

La durata del lutto dipende non tanto e non solo dal tempo che si è vissuto con lui ma, soprattutto, dal legame che con lui si era instaurato. Come nella morte di una persona cara anche nel caso di morte dell’Anima-le domestico per superare il lutto è necessario che i sentimenti possano essere liberamente espressi, che non vi sia negazione ma la libertà di vivere il lutto senza vergogna perché stiamo soffrendo per la morte di un Anima-le. Quando il legame è stato profondo ed il dolore trafigge si può sentire il bisogno di fare un rituale di commiato per dire addio, per “lasciar andare” il nostro Anima-le consegnandolo ai nostri ricordi fino al momento del ricongiungimento. Moltissime sono infatti le persone che ritengono che il loro Anima-le morto voli sul Ponte dell’Arcobaleno che a me piace chiamare Ponte dell’Attesa.

6 • Cos’è il Ponte dell’Arcobaleno o Ponte dell’Attesa, come tu lo chiami?

Il Ponte dell’Arcobaleno è una antica leggenda che si tramanda dalle tribù degli Indiani d’America. E’ una leggenda dedicata  a tutte le persone che soffrono per la morte del loro caro Anima-le e a tutti gli Anima-li che sulla terra hanno amato gli uomini o, ma questa è una mia aggiunta, avrebbero voluto amarli. “Davanti all’entrata del paradiso c’è un luogo chiamato Ponte dell’Arcobaleno per i bellissimi colori da cui è formato. E’ un posto meraviglioso con prati, grandi alberi e colline verdi dove i nostri amici speciali possono correre e giocare insieme. C’è tanto cibo, ruscelli d’acqua fresca ai quali dissetarsi, il sole splende e i nostri amici stanno bene e sono al sicuro. Gli amici vecchi e/o ammalati sono tornati in salute, giovani e nel pieno delle loro forze. Quelli che erano feriti o mutilati sono tornati ad essere nuovamente integri e forti. Gli Anima-li sono felici e contenti tranne che per una piccola cosa: od ognuno di loro manca qualcuno di molto speciale, molto amato, che si sono lasciati alle spalle, indietro, lontano, verso l’orizzonte. Corrono e giocano insieme ma verrà il giorno in cui uno di loro improvvisamente si fermerà e guarderà lontano. Tutti i sensi saranno all’erta, i suoi occhi splendenti, luminosi e lucidi saranno attenti, il suo corpo palpiterà e tremerà dall’emozione, per l’eccitazione e l’impazienza.   Improvvisamente si staccherà dal gruppo e inizierà a correre sull’erba verde, le sue zampe sembreranno volare sempre più veloci sul prato. Ti ha visto e riconosciuto. E quando finalmente vi raggiungerete vi stringerete in un abbraccio gioioso, unico per non separarvi mai più. Baci felici pioveranno sul tuo viso, le tue mani accarezzeranno nuovamente la testolina amata e protrai finalmente fissare ancora i suoi fiduciosi occhi che sono stati lontani per tanto tempo dalla tua vita ma mai lontani ed assenti dal tuo cuore. Allora attraverserete assieme il Ponte dell’Arcobaleno”.

 7 •  Nei paesi anglosassoni i proprietari in lutto hanno la possibilità di ottenere un sostegno individuale, o di gruppo, per affrontare la perdita dell’animale. Qual è la situazione in Italia?

A parte qualche sporadica e poco conosciuta iniziativa in Italia esiste il vuoto sull’argomento. Purtroppo il dolore per la morte del proprio Anima-le rappresenta un dolore socialmente non riconosciuto vissuto nella più totale incomprensione ed abbandono alla solitudine.  Oggi più della metà della popolazione italiana vive con almeno un Anima-le domestico ma il riconoscimento del lutto per la sua morte è un concetto completamente avulso dalla nostra società.

 8 •  Credo non ci si debba stupire molto di questa situazione considerato il fatto che in Italia si sta ancora discutendo di una legge che tuteli la salute, la dignità e il rispetto degli Animali…

Parlare di riconoscimento del lutto per la morte dell’Anima-le domestico  in Italia è ancora oggi utopia. Inoltre la morte è, nella nostra cultura, ancora un tabù. La si nega, la si esclude dalla vita quando riguarda un uomo, la si ignora quando riguarda un Anima-le. Moltissime sono le persone in lutto per la morte del loro amato Anima-le che quando tentano di esprimere il loro dolore vengono zittite, negativamente giudicate se non addirittura derise. Classica è la frase “con tutti i bambini che muoiono tu piangi per un cane/gatto? Prendine un altro e tutto si risolve”. Che tristezza questa ignoranza che aumenta la sofferenza della persona in lutto arrivando, talvolta, a farla sentire inadeguata nel suo dolore. Sono fermamente convinta che sia necessaria un’ opera educativa in merito, una Death Education mirata perché (dati Eurispes 2013) il 55,3%  degli Italiani vive con almeno un Anima-le.

 9 • Se è necessario il riconoscimento di un lutto nell’adulto in seguito alla morte di un animale domestico, ancor più potrebbe essere necessario, tale riconoscimento, quando il lutto investe un bambino…

Spesse volte la morte dell’Anima-le domestico è la prima morte alla quale il bambino assiste. Per evitare possibili lutti complicati, soprattutto di fronte a perdite multiple, è fondamentale che il bambino venga aiutato ad esprimere i propri sentimenti, in particolare la rabbia ed il dolore. La morte dell’Anima-le non deve essere banalizzata dai genitori o dalle figure significative per il bambino, deve essere rispettato il ruolo che l’Anima-le aveva nella vita del bimbo e si devono utilizzare tutti gli approcci, verbale, scritto, artistico, che permettano al fanciullo di esprimere quello che sta vivendo in seguito alla morte.

 10 • Puoi condividere con noi una testimonianza, tra le tante che hai vissuto, legata alla perdita di un animale domestico?

Vorrei condividere con voi la storia di Tiffany e della sua famiglia composta da Laura e Dino. E’ una storia che ancor oggi mi commuove fino alle lacrime. Tiffany era nata in un bruttissimo posto, di posti così ne esistono purtroppo ancora molti nel mondo. Posti inutili dove le sofferenze inflitte a questi poveri ed indifesi Anima-li non sono nemmeno nominabili. Tiffany è entrata nel cuore e nella casa di Laura e Dino il 17 agosto del 2012 ed è volata sul Ponte dell’Arcobaleno il 14 dicembre dello stesso anno. Sono stati quattro mesi d’amore ma anche di atroci sofferenze per lei e la sua famiglia. La sua famiglia ha fatto  di tutto per salvarla ma la morte era ormai segnata a causa dei “trattamenti” subiti all’interno del lagher dove era nata. Tiffany è stata accompagnata fino alla fine della sua strada sulla terra, accompagnata nel momento del trapasso poiché la sua famiglia ha dovuto scegliere la via dell’eutanasia per risparmiargli le ultime inutili sofferenze.

 11 • Per gentile concessione di Laura e Dino ti prego di riportare integralmente la lettera che loro hanno scritto alla piccola Tiffany.

 “Cara Tiffany,

ti parlo come se fossi ancora qui vicino a me. Il problema è che non ci sei più: te ne sei andata in una fredda e brutta giornata nevosa di un anno fa. Ricordo ancora quando ci siamo viste per la prima volta: il mio cuore batteva all’impazzata e tu avevi così tanta paura con la tua codina tra le gambe. Ti ho aperto la mia casa come ad una figlia! E non solo la mia casa, ma anche il mio cuore… Tu eri così piccola e indifesa: quante volte, al pensiero di quello che avevi passato in quello schifo di posto ti ho presa in braccio, cullandoti e cantandoti una ninna nanna! Quanti baci, carezze, coccole. Tu eri così riservata e dolce: eri sempre vicina a me, come un’ombra, ma la tua presenza anche se era costante non era invadente. Eri sempre pronta a saltarmi addosso per dimostrarmi il tuo amore e bastava che ti dessi un po’ di corda per essere sopraffatta dai tuoi abbracci! Eri impaurita all’inizio e ti abbiamo insegnato tutto: come quella volta che ti ho detto… adesso basta! andiamo al parchetto! … e invece di fare solo il giro dell’isolato in un’ora, siamo riuscite insieme a spingerci sino al parchetto. O come quella volta che Dino ti ha messo le mani a coppa e ti ha fatto capire come si beve. Te ne stavi da sola in un angolo, anche se nessuno ti ha mai vietato di girare dove volevi. La notte la trascorrevi sul divano, in soggiorno. Poi c’era quel problemino dei bisognini in casa: non hai mai imparato a farla fuori… per me era dura, ma poi ci ho fatto l’abitudine e anche pulire era diventato parte delle cose che dovevo fare, senza problemi, durante la giornata. Per non parlare del fatto che, povera Tiffany, tu eri ammalata ed è per questo che sporcavi in casa! Ed infatti giorno dopo giorno, hai cominciato a stare sempre più male. La corsa al pronto soccorso, le trasfusioni, il ricovero. E mentre tu eri in clinica la casa era vuota senza di te. Sei tornata… com’eri piccola, povero tesoro! Anche la gatta Shuscy, di solito molto selvatica, ti è venuta incontro per festeggiare il tuo ritorno! Eri diventata magrissima, ma il carattere non era cambiato: eri sempre dolcissima e anzi ti sei avvicinata di più a noi. Adesso dormivi nel lettone con la mamma e il papà: non stavi più da sola in un angolino. Noi andavamo alla ricerca di pappe ricche di ferro, anche se il tuo piatto preferito era il pollo allo spiedo del mercato. Avevi capito che finalmente c’era qualcuno che ti voleva bene, che si prendeva cura di te, che era felice se tu eri felice e che piangeva se tu stavi male. E infatti quante lacrime! Anche ora mentre scrivo, mi sta venendo il magone e il dolore si ripresenta cocente. I giorni sono passati… qui c’è il tuo fratellino e io so che tu da lassù lo proteggi, anzi ne ho le prove! Non abbiamo potuto nemmeno festeggiare insieme il tuo compleanno. Non abbiamo nemmeno i tuoi resti, ma non apro questo ennesimo capitolo doloroso perché potrei veramente arrabbiarmi. Abbiamo il tuo ricordo: tutto quello che ci hai insegnato, tutto l’amore che ci hai dato, tutte le risate, i nomignoli, le soddisfazioni, le preoccupazioni… tutto quello che ha reso bellissima e unica la nostra esperienza insieme a te, dolce e sfortunata Tiffany. So che sei in un posto dove nessuno ti fa niente di male ora e che sei felice e serena, ma mi piacerebbe anche solo per un giorno poterti riabbracciare e dirti ancora quanto bene ti voglio, sentendo le tue zampette delicate su di me. Vorrei poterti dare un bacio, stringerti forte e dirti… non ti ho dimenticata Tiffany! Ciao patata, ti porterò sempre nel mio cuore!” Laura e Dino.

 12 • Oggi stai operando a livello territoriale nella provincia di Trento e hai dato vita all’evento “Inevitabili intrecci: riflessioni sulla vita e sulla morte”. Ci sarà un seguito?

Inevitabili intrecci richiama ai miei occhi l’immagine di due grossi rami intrecciati che crescono attorcigliandosi sempre più forte tra loro sino a divenire un solo ramo: il ramo della vita e il ramo della morte, un solo unico ramo perché l’uno non può esistere senza l’altro, non ci può essere vita senza morte come non ci può essere morte senza vita. “Inevitabili intrecci: riflessioni sulla vita e sulla morte” si configura come un intervento di Death Education. La prima edizione si è svolta prevalentemente all’interno della Casa di Riposo di Cles, in Trentino, e si è articolata attraverso una mostra fotografica curata da Leonardo Fabbri e Massimiliano Lettieri dal titolo “Inevitabilmente” ed un convegno accreditato per alcune figure professionali dal titolo “Anche la morte ha bisogno di parole”. Mi sto attivando affinchè quest’anno possa  svolgersi la seconda edizione dell’evento ampliando il raggio d’azione verso il territorio così da coinvolgere maggiormente la cittadinanza.

13 •  Tra i tuoi interessi professionali oltre il fine vita trovano spazio altre attività quali ad esempio l’insegnamento del Training Autogeno. Puoi raccontarci qualcosa a riguardo?

Di informazioni sulla tecnica del  Training Autogeno Internet è pieno quindi condivido con voi quello che per me è questa “cosa”.  È uno stile di vita, la capacità di porre un freno ai ritmi frenetici e caotici della vita nei quali troppo spesso perdiamo la nostra vera essenza. E’ uno strumento per entrare in contatto con se stessi, per imparare a vivere pienamente il qui ed ora, per ascoltarsi, per prendersi cura di sé. Per molti partecipanti ai corsi il Training Autogeno diventa anche il punto di partenza per un percorso di autoconoscenza ed autoconsapevolezza che avviene attraverso una serie di visualizzazioni guidate. Uno degli aspetti interessanti che ci ricollega al tema della morte è che spesso molte persone attraverso visualizzazioni guidate che definisco “generiche”, nel senso che non mirano a raggiungere un obiettivo definito, visualizzano, magari per la prima volta, persone care morte da tempo. Altrettanto spesso queste persone morte lasciano loro dei messaggi importanti anche per superare il lutto.

 

 

 

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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