Sapere e non dire.
È così che si dimentica.
Quel che viene detto acquista forza.
Quel che non viene detto tende alla non-esistenza.

Czesław Miłosz

Ignorare la morte non serve a superarne la paura o ad evitarne l’ineluttabilità: nonostante si cerchi di rimuoverne la paura con il silenzio o con la speranza di un’eterna giovinezza, il cammino della vita si conclude inevitabilmente.

Uno dei compiti più difficili per un genitore è affrontare con il bambino il dolore per la perdita, visto che raramente lo si rende partecipe dell’evento, confidando che sia la Scuola a dover affrontare le problematiche che ne scaturiscono, attraverso metodologie di carattere formativo.

L’insegnante sovente si trova impreparato a trattare la tematica, alla quale viene dato riscontro con modalità improvvisate o confuse, ritenendo di poter ignorare tale incertezza con il semplice silenzio e non considerando che l’esclusione o la segretezza, con le quali si tenta di proteggere i più piccoli dalla sofferenza e dallo smarrimento di un lutto, non li rende certo più sereni o pronti ad affrontarlo: i bambini, per natura curiosi, sono portati a riflettere sulla morte anche se ancora non l’hanno vissuta – per esempio con la perdita di un animale domestico – o a sperimentarla attraverso una serie di stimoli, quali le notizie di guerre, di stragi e calamità naturali che la televisione o i mass media in generale non lesinano a diffondere.

Così, i bambini iniziano a confrontare, attraverso l’esperienza quotidiana, le immagini della morte provenienti dalle favole e le applicano alle situazioni reali: la messa in scena avviene tramite vicende appartenenti ai protagonisti delle fiabe classiche, come Cenerentola e Biancaneve oppure ai personaggi dei romanzi, come ad esempio Oliver Twist di Charles Dickens; figure caratterizzate e condizionate proprio dalla perdita di un genitore o dove il protagonista è già un piccolo orfano. Come indica la letteratura scientifica (Sunderland M., 2007; Markham U., 1997; Vianello R., Marin M.L., 1985;) i bambini sperimentano precocemente il fenomeno della morte anche solo osservando le cose che “finiscono”, che prima esistevano e poi non ci sono più, iniziano a distinguere oggetti che finiscono ma riappaiono e cose che finiscono e non tornano più: una torta, una candela, una canzone.

L’educazione alla morte, se adeguatamente strutturata nel contesto scolastico, può permettere al bambino diventato adulto di superare le difficoltà nella gestione delle emozioni e ad attingere a maggiori risorse.

La mancanza dell’esperienza partecipata, introduce un muro di silenzio al quale è possibile ovviare con il dialogo o con incontri mirati, per evitare di trovarsi ad ogni età a dover fronteggiare con le sole proprie forze situazioni di sofferenza e di paura, sottovalutate dai genitori o dagli insegnanti.

I pedagogisti infatti sottolineano il valore della presa di coscienza della mortalità come fondamento per comprendere la dimensione corporea della vita e le diverse forme di rappresentazione della morte (Mantegazza, 2004).

Le indicazioni recepite dalla pedagogia italiana provengono dalla Death Education, diffusa e affermata nelle scuole anglosassoni già dagli anni settanta.

Perché non prevedere percorsi pedagogici di Death Education a partire dai primi anni di vita di un bambino, strutturati in base alle facoltà cognitive, alla sensibilità ed al contesto in cui il fanciullo vive?

Lo studio e l’individuazione delle modalità e dei linguaggi con cui aiutare i bambini ad affrontare una perdita, a vivere i distacchi, a parlare di chi non è più, può aiutare a trasformare anche un’esperienza di dolore in una opportunità di crescita.

L’ascolto di storie, la partecipazione a rappresentazioni teatrali in cui potersi riconoscere con il protagonista (per esempio la “vittima di un lutto”), il disegno, la pittura, la decorazione di un oggetto possono aiutare ad esprimere la  tristezza ed il dolore, dare un sostegno per cercare di limitare il senso di angoscia conseguente alla censura imposta alle tematiche attinenti al concetto di morte, favorire la riflessione culturale sul valore della vita.

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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