Tra il 1861, anno dell’unificazione italiana, e il 1941 circa 20 milioni di persone partirono dal nostro Paese per trovare un lavoro all’estero. Londra richiamò il maggior numero di emigranti, provenienti prevalentemente dal Nord Italia, i quali per sopravvivere si adattarono a svolgere i mestieri più disparati: musicisti da strada (i celebri suonatori di organetto), incisori, doratori, figurinai, ma soprattutto dipendenti di alberghi, ristoratori e negozianti.

Durante l’estate del 1940, a causa dell’entrata in guerra di Gran Bretagna e Francia, si susseguirono molteplici scontri sulla terraferma e in mare. Il predominio sui mari era uno degli obiettivi principali di Hitler e i sottomarini tedeschi, gli U-Boots molto temuti da ogni tipo di imbarcazione, siluravano regolarmente le navi che attraversavano il Mediterraneo e il Mare del Nord.

La stampa raccontava i numerosi disastri navali come veri e propri bollettini di guerra.

Ma il 4 luglio 1940 il Times comunica l’affondamento di una nave inglese in modo del tutto differente. Si tratta dell’Arandora Star, il lussuoso transatlantico della compagnia Blue Star Line. Dall’articolo si evince che l’ex nave da crociera aveva a bordo stranieri nemici e che il sottomarino tedesco aveva silurato l’imbarcazione senza alcun avvertimento alle ore 6 di mattina del 2 luglio 1940, mentre trasportava verso un campo di prigionia in Canada circa 2000 persone, tra le quali 1500 prigionieri. Si fa cenno ad un massiccio numero di vittime, ma non viene fornita alcuna cifra: l’unica notizia certa è che le perdite maggiori si verificano tra i prigionieri italiani. Viene messo in evidenza il comportamento scorretto dei prigionieri, considerato la causa principale della tragedia. A parte un articolo successivo, nessun altro pezzo riguardante l’affondamento della nave sarà più pubblicato sul Times per molti anni, mentre sul Corriere della sera la notizia della disgrazia è appena accennata.

Come è potuta accadere una simile tragedia? Perché una nave non adeguatamente armata, che fino a quel momento era stata una nave da crociera, stracolma di civili, fu mandata senza scorta ad attraversare un oceano che si sapeva essere pullulante di U-Boots tedeschi? In realtà l’Arandora Star era stata trasformata in nave per il trasferimento in Canada di deportati quando italiani, tedeschi e austriaci vennero considerati dal governo di Winston Churchill nemici della Gran Bretagna, all’indomani della dichiarazione di guerra da parte di Benito Mussolini.

Sulla base di liste compilate dai servizi segreti britannici gli italiani vennero arrestati nel giro di due giorni. Il rastrellamento fu messo in atto in maniera repentina, ma in modo quasi benevolo, da parte dei poliziotti che eseguirono l’ordine pur essendo all’oscuro dei piani del governo. In molti casi, addirittura, gli stessi gendarmi si scusarono con le famiglie degli emigrati perché le conoscevano e sapevano che era gente onesta, assicurando che gli uomini fermati sarebbero tornati a casa entro pochi giorni.

Ma non fu così. L’obiettivo di Churchill era la deportazione dei prigionieri stranieri lontano dal Regno Unito, per renderli assolutamente inoffensivi. Gli arrestati furono dapprima internati in campi di detenzione provvisori e successivamente fu predisposto il viaggio verso il Canada dei primi 700 italiani sull’Arandora Star.

Da testimonianze sappiamo che nella notte del 30 giugno 1940, a Liverpool, furono imbarcati 712 italiani, 478 tedeschi e austriaci, tra cui anche alcuni prigionieri di guerra, oltre a 200 soldati inglesi e ai membri dell’equipaggio. I deportati vennero ammassati nelle cabine e la nave partì senza scorta e, soprattutto, senza i contrassegni della Croce Rossa che avrebbero potuto rendere manifesta la presenza di prigionieri a bordo. La mattina del 2 luglio, dopo un solo giorno di navigazione, di fronte alle coste dell’Irlanda, l’Arandora Star fu intercettata dal sottomarino e fu colpita: affondò in quaranta minuti tra lo shock e il panico dei passeggeri. Dai racconti dei superstiti emerge che coloro che sopravvissero vi riuscirono poiché decisero prontamente di abbandonare la nave, anche se non tutti resistettero fino all’arrivo dei soccorsi.

Il numero esatto delle perdite italiane non sarà probabilmente mai stabilito. Diverse fonti concordano indicando 446 vittime italiane accertate. Tuttavia i loro corpi, salvo qualche rara eccezione, non sono mai stati recuperati e restituiti alle famiglie. Molti dispersi, tra i quali vi erano per lo più proprietari di ristoranti e caffè, camerieri e gelatai, erano stati prelevati nel Galles del Sud ed erano originari di Bardi, la piccola comunità in provincia di Parma che pagò il prezzo più alto nella tragedia perdendo quarantotto capifamiglia. Si contarono vittime anche a Pontremoli, Picinisco di Frosinone, Barga di Lucca.

In Gran Bretagna il tema è stato ampiamente indagato, nei decenni successivi, da numerosi studiosi che hanno spesso lamentato come l’internamento degli stranieri e l’affondamento dell’Arandora Star non abbiano fino ad oggi trovato spazio adeguato sui testi di storia e sulle riviste specializzate. Questa tragedia ha colpito duramente la comunità italiana nel Regno Unito: il dolore è stato talmente immenso che ancora oggi i discendenti delle vittime dubitano della buona fede delle autorità britanniche. Sono occorsi decenni perché si riconoscesse e si affermasse che gli italiani internati nel 1940 erano in maggioranza onesti lavoratori disinteressati alla politica e non certo attivisti fascisti.

Ancora oggi, ogni anno, a St. Peter, la chiesa cattolica di Londra, si svolgono cerimonie religiose per commemorare i defunti di quel lontano 2 luglio. Probabilmente, però, il modo migliore per onorarne la memoria sarebbe quello di vivere nel rispetto dei valori universali della pace e della fratellanza.

About the Author
Maria Angela Gelati, storica, tanatologa e blogger de Il Fatto Quotidiano. Si occupa da oltre vent’anni di ricerca e sviluppo della tanatologia e da circa dieci di Death Education. Come docente collabora al Master Death Studies and the End of Life (Università degli Studi di Padova) e alla formazione professionale in ambito funerario, sanitario e scolastico. Tra le sue pubblicazioni: L'albero della vita (Mursia, 2015); Ci sono cose che (Diritto d’Autore, 2012); Scritture per un addio (Il Ponte Vecchio, 2008); All’ombra dei dolenti. Guida alla ritualità commemorativa fra tradizione e modernità (CSO, 2004).

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