Gli And Also the Trees  si formano nel 1979 in Inghilterra, più precisamente in un piccolo e nascosto villaggio dello storico Malvern Hills Worcestershire. Parliamo di luoghi incantati, fuori dal tempo. Ed è proprio la storia del territorio, il paesaggio rurale e un po’ selvaggio, a diventare la loro maggior fonte d’ispirazione.

Parliamo e ci muoviamo all’interno di un periodo musicale estremamente sfaccettato; la fine degli anni 70, come è noto, propone una seria di realtà in divenire, molte delle quali, lontane dal manierismo deflagrante che cominciava, al tempo, a insinuarsi in certa produzione massiva.

La cosiddetta “nicchia” prima ancora di nutrire il pop da classifica alimentava il suo contrario. Potrebbe sembrare questo un concetto banale nonché errato, eppure sono infinite le band dell’epoca che nonostante non abbiano raggiunto il successo commerciale hanno contribuito alla creazione di un mood reiterato, rivelatosi in seguito la base sulla quale cercare “quella memoria” che ancora oggi amiamo rivendicare.

Gli And Also the Trees restano certamente catalogabili tra gli alfieri indiscussi di tale fermento – come detto – ricco di inusitato fervore: post/punk e dark/wave garantiscono uno stile pieno e cangiante, le cui sfumature sono corroborate da una ricerca verosimile, orientata all’interno di una progressiva evoluzione.

Per amarli sarebbe paradossalmente sufficiente dimenticarsi del loro straordinario passato, scoprendoli, dunque, nel loro meraviglioso presente: ascoltando Born into the Waves, uscito proprio quest’anno, risulta impossibile non evocare paesaggi di sconfinata bellezza, la cui mirabile emozione scaturisce da colori di un autunno decadente, cadenzato dal ritmo sotteso di canzoni scolpite nel suono, come fossero pietre.

In ambito, mantengono ancora oggi un’allure indiscutibile. Se siete curiosi e soprattutto alla ricerca di una band lontana dai clamori e dalle mode imperanti, recuperate allora l’intera discografia, inaugurata ufficialmente nel 1984. Sappiate che ancor prima di voi, s’innamorarono di loro due personaggi piuttosto influenti della scena di quegli anni: Laurence Tholurst e Robert Smith. I Cure di Seventeen Seconds se ne erano talmente invaghiti che li portarono come spalla nel loro secondo tour inglese, convincendo addirittura Mike Hedges (già produttore di Three Imaginary Boys) a produrre From Under the Hill, secondo demo uscito nel 1982.

Ma l’amore di Smith nei loro riguardi sarà destinato a durare per lungo tempo; nel 2014, infatti gli Aatt tornano nuovamente sul loro palco per due date londinesi. I presenti allo show, dopo quel concerto, pare abbiano cominciato a credere nei miracoli.

Che altro aggiungere? Sono in tour in Europa, altresì reduci trionfanti dall’ultima edizione del Wave Gotik Treffen. In Italia suoneranno per due soli show, a Parma presso App Colombofili, venerdì 21 ottobre – inseriti all’interno della decima edizione de Il Rumore del Lutto – e a San Mango Piemonte in provincia di Salerno, domenica 23, presso Terzo Tempo Village.

About the Author
Marco Pipitone, fotografo presso il laboratorio fotografico del Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma. Lavora come Dee Jay nei circuiti alternativi italiani: dal Fuori Orario di Reggio Emilia all’Estragon di Bologna. Da diversi anni è giornalista pubblicista e si occupa nello specifico del mondo musicale. Attualmente collabora con Gazzetta di Parma e Il Fatto Quotidiano per il quale cura un blog da lui ideato: “9 canzoni 9 … di Marco Pipitone”.

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