Sul finire degli anni settanta prendeva forma in Inghilterra un suono ibrido e pulsante, generato da una miriade di gruppi facenti parte di un sottobosco musicale estremamente sfaccettato in grado di contribuire in maniera determinante alle fortune di un periodo musicale ancora oggi in grado di ispirare la musica contemporanea.

Raccontare la vita di Adrian Borland non è impresa facile, poiché il cantante dei Sound era un personaggio ai margini del mainstream e di lui, della sua vita privata, poco si conosce. Borland era privo di quel carisma che contraddistingue i grandi frontmen del periodo intercorso tra il 1978 e il 1984, aveva una personalità schiva eppure ripercorrendone le gesta si scopre quanto testi e musiche abbiano segnato indelebilmente gli anni ottanta e in particolare la New Wave.

Liverpool, all’epoca, era una delle scene musicali maggiormente attive; basti pensare alla fucina di gruppi che, sulla scia dei Beatles, presero vita verso la metà degli anni settanta. Nomi altisonanti, come Teardrop Explodes e Julian Cope, Echo and The Bunnymen, Wah! Era la new wave, quella più melodica e allo stesso tempo psichedelica, impronta che si noterà – e non poco – nel gruppo di Adrian Borland.

I Sound si formano nel 1979, la band si stabilisce a Londra dando alle stampe, l’anno successivo, a Jeopardy, il primo disco. Erano tempi in cui a dominare erano produzioni a basso costo: suoni scarni ed essenziali evocavano ancora gli umori del punk ovvero una  frenesia magistralmente dosata attraverso lo spleen desolato e struggente caratterizzato da testi e atmosfere che non lasciano scampo.

L’intera produzione dei Sound, corrisponde a consensi inequivocabili; la stampa del tempo li celebrava, sebbene il successo commerciale restò per la band una chimera: Borland subì pressioni da parte dei discografici, secondo i quali la musica dei Sound avrebbe dovuto essere maggiormente fruibile dalla massa.

Un vero e proprio tentativo di traghettare la band all’interno del pop da classifica fu compiuto, con “From The Lion’s Mouth” del 1981. Il disco ripropone solamente in parte le intuizioni dell’esordio; fondato su partiture musicali meno gravi. Soltanto nel 1982 Borland e soci riuscirono a trovare un equilibrio tra estetica musicale ed intenti reali: “Heads And Hearts è caratterizzato da un pop raffinato, in bilico tra le atmosfere new wave e la musica da classifica. Il “disco della maturità”, straordinariamente rappresentato dal brano “Total Recall“.

Heads And Hearts” rappresenta anche il loro capolinea. Il successivo live “In The Hothouse” sancisce il declino della band.

Borland tenta la carriera solista con gli Adrian Borland and The Citizens e continua il progetto parallelo dei Second Layer, ma entrambe le esperienze si rivelano fallimentari. Adrian, cantante e persona normale, poco avvezzo ai cliché di un mondo, quello della musica, che sentiva appartenergli solo in parte, aveva optato per la solitudine, lontano dai riflettori e dagli eccessi scandalistici che generalmente regolano il mondo dorato delle rockstar.  Preferì seguire le strade secondarie di una vita in salita, dominata dall’inquietudine e dal malessere esistenziale che, nel corso del tempo, lo portarono a perdere la partita più importante: quella con la propria esistenza.

Sprofondato in una cupa depressione e in preda a gravi disturbi mentali il 26 aprile 1999, a soli 41 anni, Adrian Borland si suicida gettandosi sotto un treno in una stazione di Londra. Restano di lui il lavoro di musicista e un insieme di parole e di note scolpite nel tempo e nella memoria, tra i solchi dei dischi del suo gruppo.

 

 

Discografia:

Jeopardy (Korova, 1980) Live Instinct (Ep, Korova, 1981)

From the Lion’s Mouth (Korova, 1981)

All Fall Down (Wea, 1982)

Shock of Daylight (Ep, Statik, 1984)

Heads and Hearts (Statik, 1985)

In the Hothouse (live, Statik, 1985)

 

About the Author
Marco Pipitone, fotografo presso il laboratorio fotografico del Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma. Lavora come Dee Jay nei circuiti alternativi italiani: dal Fuori Orario di Reggio Emilia all’Estragon di Bologna. Da diversi anni è giornalista pubblicista e si occupa nello specifico del mondo musicale. Attualmente collabora con Gazzetta di Parma e Il Fatto Quotidiano per il quale cura un blog da lui ideato: “9 canzoni 9 … di Marco Pipitone”.

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